Respinti all’inferno. Nave italiana riporta migranti in Libia

Se si tratta di un respingimento collettivo vietato dal diritto internazionale lo si capirà meglio nei prossimi giorni, una volta che saranno stati accertati i fatti. Di sicuro per ora ci sono solo due cose: per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia un gruppo di migranti tratto in salvo in acque internazionali, anche se riconosciute come zona Sar libica e – soprattutto – quanto accaduto rischia di essere il nuovo tassello della politica anti migranti del governo giallo verde. Un passaggio che preoccupa sia l’Unione europea che l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che ieri hanno ricordato all’Italia come la Libia non possa essere considerato un Paese sicuro per le continue violazioni ai diritti umani dei migranti.

I fatti. Lunedì il rimorchiatore Asso 28 dell’armatore napoletano Augusta Offshore è in servizio di assistenza alla piattaforma petrolifera «Sabratah», che l’Eni gestisce insieme alla società libica Noc a 57 miglia da Tripoli. Alle 14,30, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso armatore, riceve la segnalazione di un gommone con 101 persone a bordo in difficoltà a 1,5 miglia di distanza.

E qui c’è un punto decisivo da chiarire. Da chi è partita la segnalazione di soccorso? Per il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, che in questi giorni si trova imbarcato sulla nave Open Arms dell’ong spagnola Proactiva, l’allarme sarebbe arrivato da Mrcc di Roma, il centro di coordinamento dei soccorsi della Guardia costiera italiana. «Sul sistema Navetx – spiega il deputato facendo riferimento al sistema utilizzato dalle navi per inviare le richieste di soccorso – abbiamo ricevuto un messaggio rilanciato da Imrcc Malta ma proveniente da Imrcc Roma in cui si segnalava un gommone blu in difficoltà in area libica. Poco dopo il Colibrì, un aereo da ricerca francese, dà comunicazione a tutti, dunque all’Italia, a Malta e ai libici di altri due gommoni bianchi in difficoltà a nord di Sabratah, nei pressi di una piattaforma petrolifera». Una versione smentita dal ministro degli Interni Salvini, secondo il quale a coordinare l’intervento sarebbe stata la Guardia costiera di Tripoli. «Le ong protestano e gli scafisti perdono affari? Bene, noi andiamo avanti così», scrive su Facebook con i soliti toni sprezzanti. Versione, quella del titolare del Viminale, confermata in seguito anche dall’armatore e dal ministro dei Trasporti Toninelli, secondo il quale la Guardia costiera italiana non sarebbe stata coinvolta nelle operazioni di salvataggio.

Fatta sta che una volta raggiunto il gommone l’Asso 28 prende i migranti a bordo dove si trovano anche rappresentanti non meglio identificati delle autorità libiche. E scortato da una motovedetta libica sopraggiunta nel frattempo fa rotta verso Tripoli dove arriva lunedì sera e dove il gruppo, del quale fanno parte anche cinque bambini e altrettante donne incinta- viene fatto sbarcare.

Sulla vicenda adesso l’Unhcr ha aperto un’indagine: «Stiamo raccogliendo tutte le informazioni necessarie – spiega su Twitter -. La Libia non è un porto sicuro e questo fatto potrebbe comportare una violazione del diritto internazionale». Ma la preoccupazione per quanto accaduto e per le possibili conseguenze è pressoché unanime. Intervengono Magistratura democratica, l’Arci, Amnesty international e l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, mentre il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma sottolinea come, se le notizie riportate dalle agenzie verranno confermate, «si tratterebbe di un episodio che si potrebbe configurare come respingimento collettivo».

Un parere condiviso anche da Marina Castellaneta, ordinario di diritto internazionale a Bari: «In base a tutte le convenzioni internazionali lo Stato deve fare in modo che chiunque faccia richiesta di asilo venga tutelato e seguito in questa richiesta – spiega la docente -. E dunque ha l’obbligo che le sue navi, quelle che battono la sua bandiera, non effettuino dei respingimenti».

* Fonte: Leo Lancari, IL MANIFESTO



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