In Argentina sciopero generale contro Macrì e Fondo monetario

Il Paese dice no all’austerità imposta dal governo per pagare il nuovo prestito di 50 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale. Pensioni e servizi tagliati. La finanza vola, crollano salari e occupazione, l’inflazione al 40%

Claudio Tognonato * • 25/9/2018 • Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 219 Viste

Oggi l’Argentina si ferma per uno sciopero generale contro l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e contro le politiche di austerità, uno sciopero che sarà di di 36 ore, iniziato ieri a mezzogiorno che si annuncia imponente.

Il costo sociale del ritorno alle politiche neoliberiste volute dal governo di Mauricio Macri (o meglio Maurizio Macrì, per la sua origine calabrese) provocano continue manifestazioni e proteste. Il clima contro il governo va pari passo con gli insuccessi in ambito economico.

L’Argentina sembra costretta a ripetere la propria storia, la conferma che il neoliberismo da quelle parti non attecchisce e provoca solo arretramento. L’insuccesso economico e la povertà diffusa smentiscono quotidianamente il marketing mediatico. Molti analisti temono che Macrì non arrivi a fine mandato, davanti a sé ha un anno che si delinea con due variabili convergenti: da una parte l’implosione economica, dall’altra l’esplosione sociale. Si dice abbia già pronto e arredato un appartamento a Roma.

Tutto inizia a dicembre 2015 quando Macrì s’insedia alla Casa Rosada con l’idea d’imporre «inevitabili» misure drastiche e antipopolari dando la colpa al governo precedente, una vecchia tattica. Sono passati quasi tre anni, ma il governo non cambia discorso e continua a ripetere la sua ridondante litania per legittimare la criminalizzazione di ogni forma di protesta.

Se in questi anni c’è un messaggio politico chiaro, secondo il filosofo José Pablo Feinmann, è che «il governo, il club dei giudici e i mezzi di comunicazione cercano in ogni modo di mettere l’ex presidente Cristina Kirchner in prigione». Finora non sono riusciti a reperire prove o argomenti sufficienti, ma il caso di Lula in Brasile insegna che sono disposti a tutto.

Il programma di governo di Macrì proclamava la «normalizzazione» del Paese, che non è altro che il ritorno al gioco dei mercati finanziari. Dopo il fallimento del 2001 i governi Kirchner rinegoziarono il debito, arrivando nel 2005 e nel 2010 a un accordo con il 92,4% dei detentori dei fondi. Solo che i pochi titoli di Stato rimasti fuori dall’accordo sono stati acquistati dai hedge fund, i cosiddetti «fondi avvoltoio», che hanno innescato una dura battaglia internazionale che ha lasciato l’Argentina lontana dai mercati finanziari.

Dopo solo 4 mesi di governo Macrì ha azzerato i faticosi accordi raggiunti e chiesto un prestito di 12 miliardi per pagare l’intero debito. L’obiettivo era rientrare nei mercati di capitali e attrarre investimenti. Un percorso opposto a quello che aveva fatto rinascere il Paese dopo il default, si pensi che nel 2005 l’Argentina e il Brasile si erano totalmente sdebitati dal Fmi, saldando l’intero debito per non dipendere dalle sue politiche.

Invece per Macrì questo nuovo indebitamento è stato solo il primo passo, dopo sono arrivate le liberalizzazioni e l’allineamento al sistema finanziario globale. Misure che avrebbero dovuto attirare investimenti dall’estero, che a sua volta avrebbero modernizzato l’apparato produttivo e migliorato la competitività. Ma gli scarsi investimenti non sono andati a finanziare nuove aziende o a sviluppare quelle già esistenti, ma si sono realizzati in titoli di stato.

La deregulation della speculazione ha portato a veloci movimenti di capitale e più deficit. Il peso, la moneta nazionale, ha iniziato a perdere quota e il risparmio è tornato sul dollaro come bene rifugio. Per fermare l’instabilità il governo ha deciso di chiedere un credito di 50 miliardi di dollari dal Fmi, mai l’Argentina si era indebitata tanto. Il Fondo, che era stato mandato via e aveva perfino chiuso la sua sede locale, ora torna a dettare le sue politiche.

Il problema per Macrì è che nemmeno il credito del Fmi ha rasserenato la speculazione, l’impennata dei tassi d’interesse per frenare la svalutazione è arrivata al 60% (il tasso più alto al mondo). L’economia finanziaria vola, quella reale è bloccata, mentre il dollaro che a maggio era scambiato a 20 ora oscilla intorno a 40 pesos. In questo clima è ovvio che i salari si deprezzano rapidamente e l’inflazione, che supera ormai il 40%, risente sui prodotti di prima necessità. Molte aziende chiudono e la disoccupazione, secondo i dati ufficiali, arriva al 9,6%, la più alta degli ultimi 12 anni.

Queste drastiche misure in ambito economico sono accompagnate dal solito corredo neoliberista che colpisce la società: eliminazione dei sussidi ai servizi pubblici con conseguente aumento delle tariffe, taglie alle pensioni, restringimento dell’apparato dello stato che si riduce a solo dieci ministeri, molti si trasformano in segreterie tra cui Salute, Pubblica Istruzione, Lavoro, Cultura, Scienza e Tecnologia, Ambiente. Un elenco eloquente dei settori più colpiti.

In ambito internazionale Macrì si allontana dal Mercosur, ma non è riuscito a firmare un accordo di libero commercio con l’Ue. Qualche mese fa aveva rinunciato all’Unasur, l’unione creata 10 anni fa dai governi progressisti (Lula in Brasile, Chavez in Venezuela, Kirchner in Argentina, Correa in Ecuador e poi Evo Morales in Bolivia e Pepe Mujica in Uruguay).

Questa ondata di governi alternativi al modello imperiale era nata sulle ceneri della rivolta del 2001 in Argentina. Con Macrì le rivolte popolari e le manifestazioni contro il governo sono sempre più frequenti, perfino la Bbc prevede una recrudescenze della conflittualità sociale. Forse i corsi e ricorsi della storia indicano che siamo alla fine e a un nuovo inizio.

* Fonte: Claudio Tognonato, IL MANIFESTO

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