In Egitto 75 condanne a morte, Al Sisi completa la vendetta

Egitto. La polizia massacrò 800 manifestanti ma i giudici egiziani hanno ‎condannato a morte 75 manifestanti e a ‎pesanti pene detentive oltre 600 per il lungo sit in del 2013 contro il colpo di stato dell’esercito

Michele Giorgio * • 9/9/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 445 Viste

Cinque anni anche al noto fotoreporter “Shawkan” premiato dall’Unesco

Quattro anni dopo il massacro dei manifestanti a piazza Rabaa Adawiya al Cairo la ‎vendetta del regime è completa e senza misericordia. I giudici egiziani ieri hanno ‎condannato a morte 75 persone, tra cui alcuni leader dei Fratelli musulmani, e a ‎pesanti pene detentive oltre 600 per il lungo sit in del 2013 contro il colpo di stato ‎realizzato dalle Forze Armate, con a capo Abdel Fattah el Sisi, che il mese prima ‎aveva rovesciato il presidente islamista Mohammed Morsi. Decisi anche 47 ‎ergastoli. Uno di questi per il capo della Fratellanza, Mohammed Badie, già ‎condannato a più sentenze a vita. Gli imputati al processo in totale erano 739. Tra ‎i condannati c’è anche il fotoreporter pluripremiato – di recente anche dall’Unesco ‎‎- Mahmoud Abu Zeid, più noto come “Shawkan”, che comunque dovrebbe ‎lasciare la prigione entro pochi giorni perché la sua condanna a cinque anni di ‎carcere corrisponde al periodo di detenzione preventiva che ha già trascorso dietro ‎le sbarre‏.‏‎ In sua difesa in questi anni sono scesi i centri internazionali per i diritti ‎umani e per la liberta di stampa. Ma il regime è stato ugualmente inflessibile con ‎‎”Shawkan” accusato di far parte di un “gruppo terroristico” e di possesso di armi ‎da fuoco‏.‏‎ Accuse che il fotoreporter ha sempre negato con forza affermando di ‎aver fatto solo il suo lavoro in Rabaa Adawiya.‎

‎ Quello che si è appena concluso è stato un processo alle vittime e non agli ‎autori della strage dell’agosto 2013 di almeno 800 manifestanti riuniti in Rabaa ‎Adawiya contro il golpe. Il regime sostiene di aver affrontato in quei giorni una ‎‎”minaccia armata” e inizialmente aveva denunciato l’uccisione di 40 agenti di ‎polizia. Poi i poliziotti uccisi sono scesi a otto. Nessun membro delle forze di ‎sicurezza in ogni caso è stato condannato, e forse neppure indagato, per il ‎massacro dei civili riuniti nella piazza che el Sisi e gli altri generali golpisti ‎decisero di “evacuare” ad ogni costo. D’altronde che la magistratura egiziana sia ‎sottomessa al regime lo prova anche il brutale assassinio del giovane studente ‎italiano Giulio Regeni. Quasi due anni dopo la sua morte – attribuita un po’ da ‎tutti ad uomini dei servizi di sicurezza – si brancola nel buio, tra depistaggi e piste ‎false, con la procura egiziana che punta solo a guadagnare tempo sperando che la ‎famiglia Regeni e gli italiani rinuncino a conoscere la verità. Ciò rende una farsa il ‎recente viaggio al Cairo del vice premier pentastellato Di Maio, che in nome dei ‎buoni affari (soprattutto quelli dell’Eni) dell’Italia in Egitto, ha accolto con un ‎sorriso le poco credibili rassicurazioni date dagli egiziani sull’andamento delle ‎indagini ed rimasto colpevolmente in silenzio quando el Sisi ha pronunciato la ‎frase ‎«Giulio è uno di noi» provocando lo sdegno della famiglia Regeni. Il ‎governo M5S-Lega si è allineato a quello precedente del Pd che nel 2017 aveva ‎rimandato al Cairo il nostro ambasciatore chiudendo di fatto la crisi con il Cairo.‎

‎ Da quando è diventato presidente nel 2014 – al termine di una campagna ‎elettorale senza veri avversari – el Sisi e i suoi uomini hanno giustificato la ‎repressione con la necessità di combattere il “terrorismo”. Un pretesto usato per ‎colpire ogni voce non allineata. La scure del regime sì è abbattuta senza pietà ‎soprattutto sui Fratelli Musulmani ma anche sugli oppositori laici, di sinistra, su ‎stampa, blogger e attivisti dei diritti umani. Persino su alcuni dei protagonisti della ‎rivolta del 2011 contro il “faraone” Hosni Mubarak. Il regime di el Sisi si è ‎dimostrato più feroce di quello di Mubarak che pure è passato alla storia per ‎trent’anni di brutalità e repressione. La differenza oggi rispetto ad allora è che ‎mentre il “faraone” era contestato da tutti gli egiziani, el Sisi invece gode del ‎sostegno di una fetta consistente dell’opinione pubblica – identificabile con quella ‎parte di popolazione che teme un ritorno al potere dei Fratelli Musulmani – e ciò ‎rende più difficile contrastare la repressione e la sistematica violazione dei diritti ‎umani. A fornire munizioni al regime è anche la situazione del Nord del Sinai ‎dove l’esercito è impegnato da anni in una sanguinosa campagna contro le ‎formazioni jihadiste che si proclamano affiliate allo Stato islamico e che sono state ‎responsabili di massacri di soldati e civili cristiani in quella parte dell’Egitto. Una ‎clima che ha contribuito ad avvicinare ulteriormente la minoranza copta (circa 9 ‎milioni di persone) al presidente egiziano e a renderlo più forte.

‎ Le ultime condanne a morte si aggiungono alle centinaia decise dai giudici ‎egiziani in questi cinque anni. Mai l’Egitto negli ultimi decenni aveva vissuto un ‎periodo così nero per il rispetto dei diritti fondamentali. Neppure ai tempi di ‎Anwar Sadat che pure colpì senza pietà personalità laiche e progressiste che ‎avevano sostenuto il suo predecessore Gamal Abdel Nasser e contestato la sua ‎svolta filo americana. ‎

* Fonte: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

photo: By The White House from Washington, DC (President Trump’s Trip Abroad) [Public domain], via Wikimedia Commons

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This