Per la Brexit tutti contro Theresa May, anche il tempo

Gran Bretagna-Ue. Dopo il fallimento del vertice di Salisburgo il futuro dei negoziati dipenderà dal congresso Tory a ottobre. Poi restano solo due mesi

Anna Maria Merlo * • 22/9/2018 • Europa • 157 Viste

La premier costretta ad ammettere «l’impasse». Il nodo dell’Irlanda del Nord e il timore di risvegliare i demoni della guerra civile. Il rischio di un no deal

Le relazioni tra Ue e Gran Bretagna sono come quelle tra due istrici in amore, bisogna stare attenti a non graffiarsi, dice il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker.

La Gran Bretagna è in «un’impasse» ha dovuto ammettere ieri a Londra Theresa May. La vigilia, la premier ha incassato molto male il secco “no” dei 27 alle proposte britanniche per la Brexit al vertice informale di Salisburgo. May accusa la Ue, e in particolare il presidente del Consiglio Donald Tusk, di seguire una «tattica» solo per far pressione su Londra. Ma il tempo stringe: le discussioni sulla Brexit durano da 18 mesi e adesso ci sono al massimo due mesi di tempo, per rispettare i tempi che May non intende cambiare. La «Brexit avrà ben luogo il 29 marzo 2019», ha ripetuto, e ci vuole il tempo per i parlamenti – europeo e britannico – per votare il testo definitivo del divorzio.

IL FUTURO DEI NEGOZIATI è legato al filo del congresso Tory, all’inizio di ottobre (e anche di quello Labour, a giorni, che potrebbe sparigliare il gioco interno ai conservatori). Per la Ue la prima scadenza è il Consiglio del 18 ottobre, «un momento di verità» per Tusk, dove «aspettiamo progressi sostanziali». Solo «in quel momento decideremo se ci sarà un eventuale summit in novembre». Lo spettro di un «no deal» resta, in caso di fallimento le relazioni commerciali con la Ue sarebbero sulla base delle regole della Wto, cioè ritorno di diritti doganali, controlli dei camion con code a Calais e Rotterdam, collegamenti trans-Manica frenati, come quelli aerei, rottura delle reti di approvvigionamento industriale…

IL VERO BLOCCO viene dalla situazione dell’Irlanda del Nord. Finora, è stato raggiunto un accordo di massima sul “saldo di uscita” (intorno ai 50 miliardi di euro), mentre sui 3 milioni di cittadini europei resta qualche vaghezza, anche se ieri May ha ripetuto che i «diritti saranno garantiti» (ma nel futuro gli europei saranno sulle stesso piano del resto del mondo). La Ue ha imposto un periodo di transizione limitato a 21 mesi dopo il 29 marzo 2019, cioè fino al 31 dicembre 2020, un periodo per definire nei dettagli le relazioni future tra Gran Bretagna e Ue, sulla base dell’accordo di divorzio. Ma è questo accordo che tarda ad arrivare. La Ue ha respinto la proposta britannica messa a punto ai Chequers: i Tories vorrebbero mantenere i legami del mercato unico per le merci, ma avere piena libertà per i servizi e per la libera circolazione delle persone, cioè spezzare l’unità delle “4 libertà”. Adesso May giudica «inaccettabile» l’aut aut di Salisburgo e chiede alla Ue una «controproposta».

La questione irlandese riassume tutto il dramma. In Irlanda esiste la sola frontiera terrestre tra Regno unito e Ue. La libertà di movimento tra le due Irlande è contenuta negli accordi del Venerdì santo del ’98, che hanno messo fine alla guerra civile nell’Ulster britannico. Un ritorno delle frontiere fisiche è considerato ad altissimo rischio, potrebbero tornare gli attentati, la violenza. Ma lasciare aperte le frontiere significa annullare di fatto l’uscita della Gran Bretagna. Michel Barnier, il negoziatore Ue, ha proposto un backstop temporaneo, una rete di salvataggio in attesa della conclusione dell’accordo sulla relazione futura tra Gran Bretagna e Ue: l’Irlanda del Nord resterebbe allineata sulle norme Ue (sanitarie, regolamentari, fiscali ecc.), per evitare controlli fisici su questa frontiera “calda”. Ma i controlli avverrebbero nel passaggio tra Irlanda del Nord e il resto della Gran Bretagna, affidati – ha accettato Bruxelles – ai funzionari britannici. Un’opzione inaccettabile per i Tories e per i destroidi nordirlandesi del Dup, la decina di deputati dell’Irlanda del Nord che tiene in vita il governo May: significherebbe la divisione del Regno unito (e la riunificazione dell’Irlanda nei fatti, che potrebbe avere conseguenze politiche esplosive).

Sulla Brexit il governo May ha già perso dei pezzi, con le dimissioni di David Davies e dell’irrazionale Boris Johnson. I più feroci brexiteers gettano pietre e nascondono la mano, come Nigel Farage (alleato dei 5 Stelle a Strasburgo) o lo stesso Johnson. «Non è così facile uscire dalla Ue, non si fa senza costi né conseguenze» ha ricordato Emmanuel Macron a Salisburgo.

IL DIVORZIO POTREBBE non avvenire? Joseph Muscat (Malta) e Andrej Babis (Repubblica Ceca) hanno evocato la possibilità di un «secondo referendum». Per ora è fuori discussione a Londra. Ma disfare tutto sarà impossibile. A cominciare dalla difesa, settore dove la Gran Bretagna ha grandi legami con l’altra potenza nucleare europea, la Francia.

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

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