Condanna europea per il carcere duro a Provenzano in fin di vita

La Corte europea dei diritti umani ha condannato ieri l’Italia per aver lasciato morire Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra in un regime di carcere duro anche se era ridotto ormai a un vegetale,

Eleonora Martini * • 26/10/2018 • Carcere & Giustizia, Diritti umani & Discriminazioni • 343 Viste

Garantire a chiunque il diritto a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti è prerogativa degli Stati democratici, non è un atto di clemenza. Si poggia su questo basilare concetto – che sfugge totalmente al governo gialloverde – la sentenza con la quale la Corte europea dei diritti umani ha condannato ieri l’Italia per aver lasciato morire, nel luglio 2016, Bernardo Provenzano, il capo indiscusso di Cosa nostra anche se era ridotto ormai da tempo quasi ad un vegetale, in un regime di carcere duro.

La violazione dell’art.3 della Convenzione europea non sta nella detenzione in sé che, afferma Strasburgo, non ha leso i diritti del boss mafioso, ma nell’aver applicato il regime del 41 bis che ha assunto, in quelle condizioni, solo la funzione di pena inumana e degradante.

La Grande chambre della Cedu non ha stabilito alcun risarcimento monetario per i parenti del pluriergastolano ma, ha affermato l’avvocata di Provenzano, Rosalba Di Gregorio, «a noi interessava solo affermare un principio e cioè che applicare il carcere duro a chi non è più socialmente pericoloso si riduce ad una persecuzione».

Un punto di vista neppure preso in considerazione dai due vicepremier: «Ma scherziamo? Non sanno di cosa parlano! – è il sobrio commento che Luigi Di Maio regala alle masse dei social – i comportamenti inumani erano quelli di Provenzano. Il 41bis è stato ed è uno strumento fondamentale per debellare la mafia e non si tocca. Con la mafia nessuna pietà».

C’è anche chi, a destra, chiede di rispondere a Strasburgo inasprendo ancora di più il 41 bis (contro il quale negli anni ’90 si mobilitarono molti boss mafiosi). È però ineguagliabile il ministro dell’Interno Matteo Salvini: «L’ennesima dimostrazione dell’inutilità di questo ennesimo baraccone europeo. Per l’Italia decidono gli Italiani, non altri».

Altro tono, quello del ministro di Giustizia Alfonso Bonafede: «Rispetto questa sentenza ma non la commento. Voglio sottolineare solo una cosa: il 41 bis non si tocca. C’è una lunga storia di confronto con l’Europa ma credo che gli altri Paesi abbiano solo da imparare dall’Italia sulla normativa antimafia».

Eppure la Cedu non ha condannato il regime di carcere duro italiano ma la sua applicazione in un caso ben preciso: «Si tratta di una sentenza importante, che evidenzia il rischio di automatismi nella riconferma del regime di 41bis», ha sottolineato il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, che ha ricordato come le condizioni proprie del carcere duro «nel 2008 erano state oggetto di una visita del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo la quale erano state introdotte alcune modifiche all’articolo che regola il 41 bis in modo che non si giunga a un isolamento totale del detenuto».

E mentre i parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili si dicono «offesi e indignati» perché Strasburgo «non batte invece un colpo sul fronte delle vittime di mafia», al contrario, la sentenza è stata ben accolta dai radicali di Nessuno tocchi Caino, Sergio d’Elia, Elisabetta Zamparutti e Rita Bernardini (che allora aveva intrapreso un’azione nonviolenta per far revocare il carcere duro a Provenzano in fin di vita, ed ora è giunta al decimo giorno di sciopero della fame per sollevare il problema più generale della sanità in carcere).

«Incredibile che nessuno, a destra e a sinistra, veda – affermano i leader del Partito radicale – nell’applicazione di condizioni così inumane e degradanti di detenzione, innanzitutto il degrado del nostro senso di umanità e la fine dello Stato di Diritto».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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