Già 1.300 morti in Indonesia, i vivi senza soccorsi

Indonesia. A Palu, colpita da terremoto e tsunami, aiuti a rilento. La polizia lancia gas sulla folla che assalta i negozi. Il bilancio salirà ancora. Ieri un’altra scossa: in migliaia tentano la fuga via mare

Emanuele Giordana * • 3/10/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Internazionale • 535 Viste

A far la storia di Palu, la città indonesiana di quasi 300mila abitanti dove venerdì scorso una scossa di terremoto ha provocato uno tsunami con onde alte sino a cinque metri e vittime che hanno di gran lunga superato quota mille, si potrebbe ben dire che il terremoto del 2018 e le sue onde assassine sono solo l’ultima di una serie di catastrofi – non solo naturali – che l’hanno attraversata.

Oggi Palu, capitale della provincia di Sulawesi centrale, è una fotografia di devastazione che fa temere non solo che probabilmente le oltre 1.300 vittime (bilancio di ieri) saliranno, ma che gran parte delle strutture che si pensava avessero resistito sono invece collassate.

Al Jazeera mostra un’immagine dall’alto: da un cumulo di detriti emerge la cupola di una moschea. E se cade la moschea è davvero un brutto segnale: non per cattiveria divina ma perché le moschee sono spesso tra le costruzioni meno fragili. I soccorritori faticano a rendersi ancora conto dell’entità dei danni e molte zone sono ancora off limits.

E gli aiuti arrivano così a rilento che la polizia ha dovuto fronteggiare, prima con calma poi con la violenza dei gas lacrimogeni, la gente che in cerca di generi di prima necessità si dava al saccheggio. Non è sciacallaggio ma semplicemente fame.

Parte della zona di Donggala, un’area amministrativa di circa 300mila abitanti con villaggi e case sparse, è per ora solo un’immagine satellitare dove si intravede la violenza dello tsunami e delle scosse ripetute. Non solo a Sulawesi.

L’Agenzia di meteorologia, climatologia e geofisica (Bmkg) ha confermato che alle 7 e 16 di ieri mattina un terremoto di magnitudo 6.3 si è verificato nell’area sudoccidentale di Sumba orientale, una delle isole che formano l’arcipelago corolla di Nusa Tenggara, la «piccola Sonda» che inizia a est di Bali.

Le scosse hanno gettato la popolazione del panico. Un panico che non può che aumentare con le notizie che arrivano da Sulawesi, anche se gli indonesiani sono abituati a convivere con una quotidianità di movimenti tellurici, vulcani minacciosi, placche che si muovono. Così da Palu chi può si imbarca (un migliaio finora) o prende l’aereo dal devastato aeroporto della città che però funziona. Erano in 3mila ieri ad aspettare di imbarcarsi.

Inevitabilmente le operazioni di soccorso vanno a rilento e il governo è cauto nel bilancio delle vittime. Solo gli sfollati sarebbero oltre 200mila. Lunedì il presidente ha proclamato lo stato di emergenza e aperto le porte all’aiuto esterno in un pezzo di paese dove manca tutto. Si muovono la Ue, gli Stati uniti, la Cina e i paesi più prossimi come l’Australia. Giornali e tv di tutto il mondo seguono una vicenda che potrebbe, alla fine, rivelare un bilancio altissimo di perdite umane.

Sulawesi centrale è al centro dell’attenzione come altre volte. Nel 2005 per non andare lontano: il 24 gennaio un terremoto di magnitudo 6.2 colpisce Palu. L’epicentro è a circa 16 km a sudest dalla città (stavolta è stato a nordest) alla profondità di 30 km (questa volta solo dieci). Era ancora vivissimo il ricordo dello tsunami del 2004 a Sumatra: si scatenò una fuga in massa verso l’altipiano. Alla fine però il bilancio delle vittime fu solo di un morto e le distruzioni contenute.

Ma nel 2005, il 31 dicembre, a terrorizzare saranno gli attentati: una bomba esplode in una bancarella del mercato che vende maiale. Uccide otto persone e ne ferisce 45. Poco dopo un ordigno casalingo colpisce una macelleria frequentata per lo più da cristiani e uccide altre 8 persone, ferendone 53.

Sono gli effetti di una guerra tra comunità fortunatamente conclusa: nella tollerante Indonesia musulmana vive un 10% di cristiani ma nel centro di Sulawesi la percentuale arriva al 17%. Per una serie di motivi, un anno dopo la caduta nel 1988 del dittatore Suharto, in Indonesia scoppiano battaglie violentissime tra comunità. Soprattutto alle Moluchhe e a Sulawesi.

Quest’area è nota anche per un altro episodio: tra il 1957 e il 1961 è il teatro del movimento Permesta (Piagam Perjuangan Semesta o Carta della lotta universale), una rivolta che nasce a Manado, nel nord. Combatte il centralismo di Giava ma anche il governo rivoluzionario di Sukarno, con simpatie filocomuniste.

La Cia rifornisce i ribelli di mezzi, piloti, mercenari e aerei che bombarderanno a più riprese Palu e dintorni. L’aviazione e l’esercito di Giacarta avranno ragione dei ribelli e verrà catturato anche un pilota della Cia, Allen Pope, che sarà condannato a morte da un tribunale di Giacarta e poi liberato.

Spesso dietro una storia di dolore ce n’è altrettanto che non viene da disastri naturali ma umani, intenzionalmente progettati dal lato più oscuro della nostra intelligenza.

* Fonte: Emanuele Giordana, IL MANIFESTO

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