Hartz, il lato oscuro del modello tedesco che piace a Di Maio

I DANNATI DEL WELFARE. Milioni di persone in ostaggio di burocrazia e lavori sottopagati. Di Maio si ispira a Berlino per realizzare la sua idea di sussidio

Shendi Veli * • 31/10/2018 • Lavoro, economia & finanza nel mondo, Welfare & Politiche sociali • 515 Viste

«Sono la pigra poco di buono che non muove il culo, che non ci prova abbastanza e non si rende disponibile a lavorare per qualsiasi paga». È l’autoscatto di Claudia, 58 anni, tedesca. «Se rifiuti un’offerta di lavoro il Job Center ti dice – mi dispiace ma questa non è la risposta giusta – e cominciano a toglierti parte dei soldi con le sanzioni». La storia di Claudia racconta una relazione complicata, spesso logorante, con le strutture amministrative dei Job Center, spina dorsale del workfare tedesco. È il frutto delle riforme del lavoro «Hartz» che oggi ispirano il ministro del lavoro Luigi Di Maio e il suo esperimento sociale: il sussidio di povertà impropriamente definito «reddito di cittadinanza».

LA PRECARIETÀ è una malattia moderna. Lavoratori part-time, working poor, disoccupati, lavoratori autonomi a basso reddito o artisti precari: sono oltre 5 milioni le persone che in varia misura dipendono dalla protezione statale in Germania. Robert, 22 anni, tedesco, nel sistema Hartz IV dal 2015, sogna di iscriversi all’università ma ha be presente la realtà: «La maggior parte dei lavori che trovi con il Job center sono nei supermercati o nella gastronomia, settore in cui ho lavorato per più di un anno, e sono in gran parte mini-jobs dai quali prendi massimo 400/450 euro al mese, quindi continui a rimanere dipendente dal Job center perché non ti basta per coprire tutte le spese. Alcuni si mettono a fare due o tre mini-job contemporaneamente arrivando a lavorare 80 ore a settimana per comporre uno stipendio completo, ed è allora che ti ammali. Io non vorrei avere un burn out precoce».

IL SISTEMA HARTZ IV, articolazione della riforma del mercato del lavoro «Hartz» entrata in vigore nel 2005, prevede l’Arbeitslosengeld II, detto Alg 2, un sussidio di massimo 400 euro circa a persona, e un contributo di locazione fino a 450 euro se si presenta un regolare contratto d’affitto. La prestazione non ha limiti di tempo ma va rinnovata ogni sei mesi presso i centri per l’impiego. La vita di Robert è stata monitorata costantemente: «La mia prima esperienza al Job center risale a molto tempo fa. Mia madre era una disoccupata quando sono nato. Quando ho compiuto 16 anni hanno iniziato a chiedere di me. Chiedevano perché ero ancora a scuola, cosa stessi facendo; secondo il Job Center una persona che proviene da una famiglia di disoccupati dovrebbe iniziare a lavorare il prima possibile. E poi non credevano che andassi davvero a scuola. Dovevo presentarmi ogni sei mesi al Job Center e dare prova che frequentavo, portare le pagelle, e soprattutto ogni volta mi veniva chiesto di argomentare il perché, dovevo dire perché andavo ancora a scuola. Dovevo dimostrare che non ero un bugiardo. Loro diranno sempre – sei un bugiardo – partono da questo presupposto. Non importa cosa fai o quanto ti impegni, o quanto ti sottometti, loro ti accuseranno sempre di mentire».

IL MODELLO HARTZ è qualcosa di più di un sistema di leggi e istituzioni, perché si poggia su un preciso impianto discorsivo. Diversi sociologi tedeschi spiegano come la disoccupazione e la povertà in Germania vengano rappresentate come questioni strettamente individuali, imputabili alla condotta del soggetto. Klaus Dorre, sociologo e docente dell’Università di Jena, paragona lo stigma applicato, nei media e nel senso comune, a chi percepisce l’Hartz IV in Germania, alle rappresentazioni discriminatorie degli afroamericani negli Usa. Secondo Peter, consulente dell’associazione «Basta» che fornisce sostegno gratuito a chi riceve il welfare, «Alla fine non sei tu che decidi del tuo tempo e della tua vita, ma un’istituzione governativa basata su criteri economici e politicamente orientata. Il Job center è una struttura che lavora in primis per soddisfare le proprie aspettative, che spesso nulla hanno a che fare con le aspirazioni di chi riceve il sussidio» .

I CENTRI PER L’IMPIEGO tedeschi fanno riferimento all’Agenzia Statale del Lavoro (Bundesagentur für Arbeit) ma sono dotati di un bilancio economico indipendente e coprono in maniera capillare tutto il territorio tedesco. Questo apparato burocratico tentacolare segue minuziosamente la pratica di ogni persona che riceve il sussidio, con una potenza di oltre 100 mila impiegati e 400 sedi. Il motto con cui è stato immaginato e realizzato il modello di welfare in Germania è Fordern und Fördern, un gioco di parole che può essere tradotto come «Promuovi e Pretendi». La richiesta di prestazioni continue in cambio del sussidio è la colonna portante del suo funzionamento.

L’ESPERIENZA DI CLAUDIA, da oltre dieci anni nello stato sociale, le consente di descrivere perfettamente lo stato di soggezione: «Per me il Job Center è come un piccolo stato dentro lo stato, una zona a giurisdizione speciale, quando tu entri nell’edificio sei quasi subito circondato dalla security, e sei messo fisicamente a disagio; mentre ti guidano nel passaggio da una stanza all’altra, il tuo percorso è forzato, le tappe sono segnate. Quando arrivi al primo sportello l’impiegato seduto dall’altra parte è collocato in una posizione molto elevata. Per guardarlo sei costretto a inclinare all’indietro la testa e volgere il viso verso l’alto, tutti movimenti fisici indotti. Ti muovi in maniera diversa da come ti muoveresti se fossi una persona libera. Sei, come dire, controllato» .

NELLA RIDUZIONE del numero di disoccupati la riforma Hartz sembra aver dato i suoi frutti. La disoccupazione tocca oggi i suoi minimi storici nel paese a quota 3,4%. Ma i poveri nel paese continuano ad aumentare. I working poor sono passati dal 7,1 % del 2008 al 9,7 del 2015. Inoltre le statistiche ufficiali Destatis dicono che un residente su cinque in Germania è a rischio povertà. Amara la conclusione di Robert: «Senti che non stai davvero vivendo una vita normale, anche se non ci sarebbe niente di più normale che avere difficoltà economiche in una società in cui le risorse non sono per tutti».

****Una mostra sulla vita nel Job Center. Le storie raccontate sono tratte dalla mostra multimediale «Welfare of Resistance» curata dalla ricercatrice italiana Giulia Tattarini, in collaborazione con un team di artisti e l’associazione «Basta». La mostra mette a tema alcuni dei risultati dello studio di Tattarini per il WBZ (Istituto delle Scienze Sociali di Berlino) che analizza gli effetti della precarietà lavorativa sulla salute. Lo studio è finanziato anche dalla Hans Boeckler Stiftung, fondazione della confederazione dei sindacati tedeschi Dgb. La ricerca è parte di un programma di inchieste sulle trasformazioni del lavoro in Germania e in Europa: «Good Work: Approaches to Shaping Tomorrow’s World of Work». La mostra «Welfare of Resistance» è stata inaugurata al WBZ durante la Notte delle Scienze di Berlino in presenza del sindaco Michael Mueller.

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«Anti-sociali», la categoria che discrimina i poveri

I DANNATI DEL WELFARE. Germania. La riforma del mercato del lavoro nel 2016 voluta dal governo di coalizione Spd-Merkel ha lasciato invariato l’impianto Hartz ma ha inasprito le sanzioni e i meccanismi di controllo

Dal 2016 è entrata in vigore la riforma del codice sociale (Sgb II) firmata dall’allora ministro del Lavoro, la socialdemocratica Andrea Nahles. La legge non apporta cambiamenti strutturali all’impianto Hartz del 2005. La norma definita Rechtsvereinfachungsgesetz, letteralmente «semplificazione giuridica», amplia la casistica di una categoria specifica di reati contro lo stato. Quella di sozialwidriges Verhalten, in italiano comportamento anti-sociale.

SI TRATTA DI UN CONCETTO già presente nelle riforme Hartz entrate in vigore da oltre un decennio. Ma prima del recente restyling non era facile per i Job Center applicarne la lettera. Nella vecchia dicitura infatti veniva definito anti-sociale chi, con coscienza, dilapidava il suo patrimonio rendendosi colpevole dell’indigenza che lo portava a richiedere gli aiuti statali. A fronte di questo comportamento il Job Center poteva decidere di continuare a fornire la prestazione di denaro ma trasformarla da benefit a prestito, trasformando il beneficiario, reo di anti-socialità, in un debitore. Tuttavia non era facile per i centri per l’impiego dimostrare che il beneficiario avesse speso in maniera sconsiderata i suoi averi, per questo la categoria era in disuso.

LA RIFORMA DEL 2016 ha ampliato il 34esimo paragrafo del Sozialgesetzbuch II, quello che definisce il comportamento antisociale, prevedendo una casistica più ampia di condotte. Dal 2016, «Anti-sociale»è considerato chi, attraverso il suo comportamento «mantiene inalterato, aumenta oppure semplicemente non diminuisce lo stato di necessità che lo spinge a richiedere il contributo statale».

È ANTI-SOCIALE chi viene ritenuto colpevole della propria povertà. In una circolare interna di istruzioni per l’uso della nuova normativa fornita dall’Agenzia Statale per il Lavoro vengono elencati alcuni esempi di sozialwidriges Verhalten. Una persona che rifiuti un offerta di lavoro perché troppo usurante ad esempio; una madre single che non voglia indicare l’identità del padre naturale del bambino e impedisca in tal modo al Job Center di contattarlo per richiedere che contribuisca al mantenimento. Il sistema può punire questi comportamenti chiedendo indietro il denaro erogato o applicando sanzioni che decurtano il sussidio. La prima ammonizione è una riduzione del 30% per tre mesi. L’applicazione reale di questa nuova normativa incontra ancora delle resistenze.

L’ESTATE SCORSA la Corte di Brema ha sentenziato a favore di un uomo di 59 anni a cui il Job Center ha chiesto indietro 2.600 euro. All’uomo era stata ritirata la patente dopo un fermo di polizia durante il quale non aveva superato l’alcol test. Senza patente non aveva potuto continuare il mini-job nel quale era impiegato come autista dovendo chiedere un aumento del sussidio per alcuni mesi. La Corte ha dato ragione all’uomo e ha stabilito che non esiste un collegamento evidente tra l’infrazione fatta nel tempo libero e la necessità di assistenza economica.

* Fonte: Shendi Veli, IL MANIFESTO

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