Il governo cerca la mediazione: deficit al 2,4 solo per il primo anno

Manovra. Nel 2020 il rapporto deficit/pil scenderà al 2,1%, e nel 2021 all’1,

Andrea Colombo * • 4/10/2018 • Europa, Lavoro, economia & finanza • 325 Viste

L’offerta di pace alla Ue riabilita Tria, ma a Bruxelles potrebbe non bastare. Moscovici attacca il governo «euroscettico e xenofobo» e avverte: «Faremo rispettare le regole di bilancio europee»

E’ un’offerta di pace tanto generosa da somigliare a una resa. Dalla sera dei festeggiamenti sul balcone di palazzo Chigi a ieri sera, quando dallo stesso palazzo sono uscite le cifre reali del Def, è rimasta identica quasi solo la facciata, il deficit al 2,4% per il 2019. Tutto il resto è cambiato. Il deficit del 2020 passa al 2,2%, quello del 2021 addirittura all’1,8%. E’ un abbassamento mai neppure ipotizzato prima del vertice finale che ieri sera ha dato il via libera alla nota di aggiornamento, presenti il premier Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Tria, i vicepremier Salvini e Di Maio, il ministro degli Esteri Moavero, i sottosegretari Giorgetti, Castelli e Garavaglia. Certamente ambiziosa, forse arrischiata la promessa sull’abbassamento del debito: 4 punti in 3 anni.

«AVEVAMO PROMESSO una manovra seria, coraggiosa e responsabile e lo è. Soprattutto per il 2019, quando dimezzeremo il gap di crescita con il resto d’Europa», azzarda enfatico Conte. Salvini e Di Maio cantano comunque vittoria. «Abbiamo rispettato gli impegni: ci sarà la riforma della Fornero senza penalizzazioni, la Flat Tax e 10mila assunzioni per le forze dell’ordine. E’ una manovra bella e coraggiosa», si scalda il primo. «Ci saranno reddito e pensioni di cittadinanza. Abbassiamo il deficit ma senza sacrificare le nostre misure e ripagando il popolo di tante ruberie», duetta tribunizio il secondo.

GIOVANNI TRIA, IL MINISTRO bastonato sia a Roma che in Lussemburgo, esce invece riabilitato e coglie l’occasione della conferenza stampa di presentazione del «vero» Def per rispondere al presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che in mattinata si era detto favorevole a sforare il deficit «ma solo se porta crescita». Il responsabile dell’Economia risponde con le percentuali: nel deficit è previsto lo 0,2% di investimenti addizionali per il prossimo anno, lo 0,3% nel 2020 e lo 0,4% per l’anno seguente.

La nota dolente, in tanto tripudio, è che con queste cifre e tenendo conto della clausole promesse, cioè l’impegno a frenare la spesa non solo ove sforasse le previsioni ma anche qualora l’aumento del Pil non fosse quello auspicato, la manovra vera e propria, la legge di bilancio, dovrà prendere almeno quanto offre e molto probabilmente ben di più. Resta da vedere se l’Europa si accontenterà. In termini di cifre potrebbe farlo ormai senza grande sforzo e l’omaggio politico richiesto a compensazione delle alzate di testa delle settimane scorse ci sta tutto, tanto che il commissario europeo agli affari economici Moscovici, ancora prima che uscissero le cifre reali del Def, quando l’abbassamento del deficit era previsto ma in misura decisamente inferiore, definiva il «ritocco» in corso «un buon segnale», tale comunque da dimostrare che «le autorità italiane ascoltano le osservazioni e le preoccupazioni» della Ue. Ma è lo stesso Moscovici ad aggiungere che questo potrebbe non essere sufficiente. La spina è ancora quel 2,4% nel 2019 che, nonostante sia stato per più versi stemperato potrebbe «non essere nella traiettoria fissata dal patto di stabilità». Il commissario francese guarda certamente alle prossime elezioni quando alza i toni contro il governo italiano «xenofobo ed euroscettico che vuol far saltare come l’Ungheria gli obblighi europei». Ma va preso più sul serio quando assicura minaccioso: «Faremo rispettare le regole di bilancio europee».

IN PARTE LE VERTIGINOSE oscillazioni del commissario rispecchiano le difficoltà elettorali ma in parte testimoniano anche le esitazioni della commissione. Nessuno vuole un esito disastroso del confronto con l’Italia ma pesa il dubbio che dietro l’offerta si nasconda un bluff e che il governo punti tutto sul 2019 per poi rimettere mano alle cifre dopo una vittoria elettorale. La debolezza mostrata da Roma potrebbe inoltre indurre la tentazione di chiudere definitivamente la partita con un colpo da ko. In entrambi i casi la commissione insisterebbe per una revisione del deficit 2019, ma se anche così fosse la richiesta può essere modulata a differenti livelli di inflessibilità.
Molto, anzi moltissimo, dipenderà dal responso dei mercati. Le voci di revisione del deficit di ieri sono state accolte tiepidamente ma non negativamente. Lo spread è stato altalenante: è sceso, poi è tornato a superare i 300 punti, alla fine ha chiuso a 283.

Il ministro Savona, che la Lega mediterebbe di indicare come commissario europeo dopo il voto, ha cercato di rassicurare giurando che «non c’è nessuna intenzione di uscire dall’euro» e «nessuna possibilità di default». Ma il verdetto dei mercati sul Def reale arriverà solo oggi.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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