In Afghanistan la marcia per la pace: «Basta con la guerra permanente»

I marciatori per la pace afghani che hanno ormai percorso mille chilometri a piedi da Lashkargah a Kabul e poi sino a Mazar-e-Sharif, hanno inviato un messaggio ai loro omologhi italiani

Emanuele Giordana * • 7/10/2018 • Buone pratiche e Buone notizie, Guerre, Armi & Terrorismi • 186 Viste

I marciatori per la pace afghani che hanno ormai percorso mille chilometri a piedi da Lashkargah a Kabul e poi sino a Mazar-e-Sharif, hanno inviato un messaggio ai loro omologhi italiani. La loro marcia, autorganizzata e accolta con favore nei territori attraversati, chiede il cessate il fuoco immediato alle parti in conflitto e che il destino degli afghani sia lasciato nelle mani degli afghani. Il cuore del messaggio dice:

Il processo di ricostruzione e sviluppo economico sono bloccati ed è ricominciata l`emigrazione e la fuga degli afgani dal nostro Paese. La coltivazione dell’oppio è cresciuta sotto un governo debole e corrotto che non ha nessun sostegno dalla popolazione e in questo modo i talebani hanno potuto crescere e conquistare villaggi e distretti. Poi è arrivato anche l`Isis che ha dato una scusa all`Occidente per rimanere in Afghanistan. Alcuni vogliono che l`Afghanistan diventi un campo di battaglia permanente e senza futuro come la Siria. Tutto ciò per giustificare la loro presenza.

Noi afghani siamo stanchi e non possiamo più sopportare il peso della guerra. Non ce la facciamo più. Chiediamo a tutti gli italiani e agli europei di aiutarci e mettere sotto pressione Nato e americani che non devono permettere la riorganizzazione della guerriglia e devono lasciare a noi come esseri umani il diritto di vivere in pace e avere un governo che sia scelto solo dagli afgani altrimenti questa situazione continuerà. E continuerà a coinvolgere anche tutti voi occidentali.

IL MESSAGGIO è stato affidato all’associazione “Afgana”, erede della “Rete Afgana” – soggetto informale nato nella società civile italiana nel 2007 – ed è un fondamentale contributo dal basso al processo di pace che in Afghanistan continua ad arenarsi mentre il Paese sta per celebrare 40 anni di guerra ininterrotta.

Dovrebbe non solo essere di stimolo per i marciatori della Perugia Assisi ma anche per la diplomazia internazionale oltreché per governo e guerriglia. Far tacere le armi innanzi tutto. Poi si discuterà. Il messaggio è anche l’occasione per tener viva la memoria di un conflitto sul quale i riflettori della cronaca si sono attenuati ma che ogni anno continua a mietere sempre più vittime civili.

FACENDO PROPRIO il messaggio che i “marciatori a piedi nudi” afgani hanno rivolto alla Perugia Assisi, Afgana chiede una revisione della politica italiana in Afghanistan, l’inizio e un calendario del ritiro delle nostre truppe come segnale inequivocabile che l’Italia è favorevole, non solo a parole, al processo negoziale interafgano. Il che non deve impedirci di lavorare in sede multilaterale per sostenere la popolazione civile, la tutela dei diritti umani, il diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro di donne e uomini. Afgana chiede inoltre la riconversione della spesa militare nel Paese (185.343.173 mln nel 2018) in un aumento dell cooperazione civile (nel 2018 di soli 20 milioni) nel quadro di ciò che chiede la Perugia Assisi: una revisione della strategia delle «missioni di pace» all’estero e l’impegno per un rafforzamento delle operazioni di interposizione sotto la bandiera dell’Onu.

* Fonte: Emanuele Giordana, IL MANIFESTO

photo: By Marxwasright – Socialist Alternative, CC BY-SA 3.0, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=21249280

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