La neolingua populista e il «reddito di cittadinanza»

Analisi di una proposta al centro della legge di bilancio ispirata al capitalismo compassionevole e autoritario

Roberto Ciccarelli * • 20/10/2018 • Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 193 Viste

Il «reddito di cittadinanza» è sganciato da ogni obbligo al lavoro ed esclude il disciplinamento e la punizione dei “cittadini” come sarà invece nel sussidio di povertà vincolato al lavoro gratuito e alla formazione del «workfare» prospettato dal governo Lega-Cinque Stelle. Questa misura potrebbe escludere gli stranieri poveri che risiedono in Italia da meno di 5 anni

Il sussidio di povertà impropriamente detto «reddito di cittadinanza» è la bandiera che i Cinque Stelle sventoleranno alle elezioni europee di maggio 2019. In legge di bilancio sarà approvata una truffa lessicale. Il «reddito di cittadinanza» è sganciato da ogni obbligo al lavoro ed esclude il disciplinamento e la punizione dei beneficiari come sarà invece nel «workfare» pentaleghista che fa il verso alla peggiore applicazione del sistema tedesco «Hartz IV». Si parla di un «reato di cittadinanza», fino a «sei anni di carcere» in caso di frodi. Sarà vincolato a 8 ore di lavoro gratuito a settimana, alla formazione obbligatoria, alla profilazione dei comportamenti di acquisto di 3,6 milioni di «poveri italiani». Dovrebbe andare agli stranieri residenti da 5 anni, Lega permettendo.

Questo sussidio non ha la caratteristica di universalità, giustizia, equità e incondizionatezza. Non è né un reddito “universale” ne’ un “reddito di cittadinanza”. E’ un sussidio di reinserimento e di ultima istanza destinato a disoccupati, precari, poveri. Fa parte della svolta autoritaria dello stato sociale e delle politiche attive del lavoro (coatte e obbligatorie) finalizzate alla creazione di uno o più mercati del lavoro paralleli. I mini jobs in Germania hanno creato questo e oggi sono allo studio altre misure di questo tipo

Il progetto è legato a un’irrealistica riforma dei centri per l’impiego che dovrebbe entrare in vigore entro aprile 2019.A questa burocrazia, invia di elaborazione dopo un recente incontro tra Di Maio e le regioni, dovrebbe spettare il compito di fare incontrare «domanda ed offerta» a livello nazionale e non a livello provinciale. «Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino -ha precisato Di Maio già in un’intervista pre-elettorale al Mattino del 4 gennaio 2018 – non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio».

La tempistica immaginata è variabile e incerta. Si è prima detto che dopo i primi dodici mesi il “reddito” sarebbe diminuito, fino ad azzerarsi. Poi si è parlato di 18 mesi. Infine di tre anni. In mancanza di un testo di legge – dovrebbe arrivare in un collegato alla legge di bilancio, se ce ne sarà una – ci basiamo sulle dichiarazioni occasionali dei governanti. La discussione sulla durata individuale del sussidio presuppone la coincidenza di elementi al momento imponderabili. In primo luogo la crescita, quella contenuta nella legge di bilancio. In generale, tra il 2018 e il 2019, dovrebbe passare da quella stimata allo 0,9 sul Pil di quest’anno all’1,5% dell’anno prossimo. Previsione contestata da tutti, anche perché il trend registrato negli ultimi due anni è opposto e decrescente. Un andamento causato da una serie di fattori tra i quali c’è la fine del “quantitative easing” della Bce, il rallentamento delle esportazioni che hanno creato il rimbalzo recente a causa delle guerre commerciali lanciate da Trump e dall’assenza strutturale di investimenti in questi anni.

A questa incognita è legata l’idea del “reddito”, più volte enunciata da Pasquale Tridico, consulente di Di Maio e già candidato a ricoprire il ruolo di ministro del lavoro in caso di governo monocolore Cinque Stelle. In un breve periodo il “povero assoluto” dovrebbe iniziare ad acquistare prodotti “italiani”, essere assunto (si immagina a tempo indeterminato, sarà invece impiegato in lavoretti a termine) e contribuire alla ricchezza della “nazione”. E’ una visione ingenua del ciclo economico, riduttiva rispetto alla materialità della tendenza. Senza contare l’incognita suprema: la scommessa sul collocamento pubblico, riformato in un modo ancora oscuro, in un paese dove l’82% di chi cerca un lavoro si rivolge a amici e parenti. E’ una visione che troverà – se mai la troverà – attuazione nei prossimi cinque o dieci anni. Non nei prossimi tre mesi. Crederlo, o il solo avere evocato una simile ipotesi, è l’indice della propaganda, non della serietà enunciata degli intenti.

Le difficoltà riscontrate nella proposta dei Cinque Stelle non devono tuttavia distogliere dallo scontro politico in atto da un quinquennio. Uno scontro che si è naturalmente acuito nel corso della campagna elettorale in vista del 4 marzo. È ormai nota la polemica del Partito Democratico contro la proposta assurdamente ribattezzata “reddito di cittadinanza”. Credendo falsamente alla definizione errata dei grillini sono almeno quattro anni che Renzi e i suoi seguaci attaccano il principio di un reddito che dovrebbe essere erogato a tutti senza chiedere in cambio un lavoro purchessia. Sanno benissimo, a cominciare dall’ex ministro dell’economia Padoan (“costa moltissimo e soprattutto funziona male perché introduce incentivi al contrario per cui la gente non va a lavorare”, OttoeMezzo, 6 febbraio 2018) che quello pentastellato NON E’ UN REDDITO DI CITTADINANZA, ma un’estensione considerevole del “reddito di inclusione sociale” (Rei), un fiore all’occhiello del Pd e approvato nella legislatura 2013-2018. La differenza consiste nella partita finanziaria (10 miliardi circa – risultato anche della somma di fondi precedenti – contro 2,5 all’anno) che i contendenti politici intendono mettere per alimentare una macchina del lavoro coatto. è una differenza enorme, ma va precisato che il “reddito” prospettato dai Cinque Stelle non diverge da quello realizzato dal Pd. Ideologicamente, e tecnicamente, è in continuità.

Alcuni dati possono essere estratti da questo baccano populista. Andiamo, per esempio, in Emilia-Romagna, una regione governata dal Pd che ha istituito il “reddito di solidarietà” (Res). In quattro mesi e mezzo di applicazione sono state presentate 11 mila domande, 93 al giorno. Si tratta di un sussidio di 400 euro mensili per i poveri assoluti che vivono in famiglie fino a cinque membri. Lo schema è lo stesso del Rei approvato a livello nazionale. Con una differenza: la regione ha deciso di eliminare una delle più inique norme del Rei e ha esteso il suo sussidio anche alle famiglie senza minori, ai lavoratori precari e a quelli con basso e bassissimo reddito – i cosiddetti lavoratori poveri (“working poors”). È bastata questa variazione, in fondo molto modesta, per convincere 2 mila nuclei a presentare una domanda: ben il 69% dei richiedenti non aveva minori a carico, dunque si presume che sia “giovane” e convivente. Un profilo che può avvicinarsi a quello del lavoratore precario, escluso dalla fruizione del Rei che è stato concepito come una misura che segmenta i poveri e crea un’assistenzialismo diffuso per di più a scadenza. Il sussidio dura infatti al massimo un anno, termine entro il quale magicamente il “povero” dovrebbe avere trovato un’attività che gli permette di essere autonomo. Sciocchezze di questo tipo sono comuni tanto ai Cinque Stelle quanto ai “democratici” che amano presentarsi come persone “serie”.

La necessità di un reddito esiste ed è assolutamente evidente. Il problema è lo strumento, oltre che la cultura egemonica – e trasversale ai contendenti politici – che non permette e purtroppo non permetterà di adottarne uno che sia minimamente all’altezza di questa situazione gravissima. Il dato emiliano attesta in ogni caso il dramma sociale in cui si vive anche in una regione teoricamente “avanzata”. Figuriamoci in una tra la Calabria, la Sicilia o la Campania. I partiti conoscono la situazione, come tutti coloro che si occupano di politiche del lavoro o sociali. Non esiste, ad oggi, alcuna possibilità che la “crescita” di cui si riempiono la bocca da Mario Draghi in giù possa raggiungere questa enorme fascia impoverita e proletarizzata di lavoratori e di non lavoratori. Tutti lo sanno, tutti fanno finta che la crescita porterà, da sola, rimedio. Quando è chiaro, invece, che quello che cresce è il lavoro precario e precarissimo.

Nel cosiddetto “reddito di cittadinanza” e nel “reddito universale di attività” esiste una tensione tra il dare alle persone la possibilità di scegliere la propria vita, e il discorso autoritario sulle sanzioni e gli obblighi. Tra l’assistenzialismo e il dirigismo. Non potrai stare sul divano e non potrai fermati un minuto tra un lavoro socialmente utile e un corso di formazione.

Dovrai essere sempre in attività. Corri, non fermarti: riceverai la tua mancetta. Meglio di niente, no?

No.

Il capitalismo compassionevole è autoritario e pauperista. E’ una sintesi tra il diritto alle prestazioni sociali e il dovere di lavorare. In questo progetto si rivela la tendenza a chiedere molto a coloro che hanno poco per giustificare la concessione di un sussidio di ultima istanza che non serve a superare la povertà ma a creare il regime della piena occupazione precaria.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

 

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