Manovra. Passa il sussidio di povertà, ma con molti «se» e condizioni

«Reddito di cittadinanza». Un sistema di sorveglianza che pone molti obblighi ai «poveri assoluti»

Roberto Ciccarelli * • 16/10/2018 • Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 337 Viste

Palazzo Chigi sostiene che l’idea di distribuire «su base geografica» il sussidio di povertà impropriamente definito «reddito di cittadinanza» avanzata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte non significa distribuire risorse in base alla popolazione del Nord e del Sud. La cifra risultato della differenza tra un tetto di 780 euro, il reddito Isee e la capacità morale e performativa dei «poveri assoluti» di rispondere alle prescrizioni dello Stato sarà distribuita in base alle «offerte di lavoro». Priva di fondamento sarebbe la proporzione circolata ieri di una distribuzione di tali offerte al 53% al Sud e il restante 47% al Nord. Cifre che hanno scatenato un furioso attacco del M5S contro i giornali che ieri hanno ragionato su questa ipotesi, presentata sulla base della distribuzione esistente del «reddito di inclusione» (ReI) approvata dai governi Pd.

Il paragone con il ReI non è piaciuto ai Cinque Stelle che hanno accusato i giornali di «fake news». Il nuovo sussidio di povertà si presenta in realtà come un’estensione colossale di quello precedente e la sua trasformazione in una vera «politica attiva». Ma questa è l’unica misura esistente per comprendere gli effetti del nuovo sussidio in mancanza di un vero testo di riforma che potrebbe apparire in uno dei 12 collegati alla legge di bilancio. L’impegno del governo è rendere «equa» una distribuzione che avverrà attraverso i centri per l’impiego ai quali si attribuiscono compiti spropositati rispetto alla loro attuale capacità. Questo al netto di considerazioni per cui l’organizzazione industriale del Nord genera in teoria un numero maggiore di offerte di lavoro. Il criterio «territoriale» dovrebbe anche valorizzare le zone dove i centri per l’impiego sono più carenti rispetto ad altre.

Altri dettagli si aggiungono al sistema di sorveglianza chiamato «reddito di cittadinanza». Il «povero assoluto» destinatario di un sussidio sarà obbligato a lavorare gratis per minimo otto ore per lo Stato, seguire obbligatoriamente corsi di formazione e accettare un’offerta su tre. Si ipotizza che potrà rifiutare solo un’offerta fuori dalla propria regione o città. In seguito sarà costretto ad accettare un lavoro fuori regione, probabilmente a termine, anche se formalmente «congruo» rispetto alla profilazione compiuta dallo Stato che userà anche la Guardia di finanza per sorvegliare la sua capacità di spesa. L’obbligo si atterrà alle leggi per cui la distanza non dovrebbe essere superiore agli 80 minuti di percorrenza. Non è escluso che si possano invece creare casi come quelli dei docenti obbligati dalla «Buona Scuola» a trasferirsi dal Sud al Nord per coprire una cattedra vacante.

Il sussidio detto «di cittadinanza» era partita con una promessa di 15 miliardi di euro e di due per i centri per l’impiego. Oggi è stato ridotto a 10 miliardi: 5-6 mld per il sussidio a cui si aggiungono circa 2,5 miliardi del ReI; 1,27 miliardi della «Garanzia giovani», un incentivo alle imprese per assumere under 29 con stage e tirocini; 1,5 miliardi della Naspi, l’indennità di disoccupazione riconosciuta a chi ha lavorato almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni, oltre a 30 giorni di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi. Si può ipotizzare che il sussidio di povertà possa non andare a chi ha perso un lavoro, ed è beneficiario della Naspi a causa di un reddito Isee che può essere superiore a una soglia per ora ipotetica che oscilla tra i 7 e gli 8 mila euro.

Sono misure molto diverse, con finalità e esiti distinti e in alcuni casi incerti, che avranno bisogno di un ridisegno complessivo delle politiche del lavoro e degli ammortizzatori sociali ancora lontano dall’essere chiarito. L’ambizione del governo di intervenire, e unificare, le une alle altre in un’ottica neoliberale di «politica attiva del lavoro», in tempi poco credibili: l’inizio sarà ad aprile 2019 e si scontrerà con difficoltà non banali. L’estrema incertezza sulle partite finanziarie che ha segnato il percorso potrebbe incidere su una platea potenziale calcolabile in 3,6 milioni di «poveri assoluti», più una quota non ancora precisata di stranieri poveri residenti da 10 anni. Tutti gli altri 1,6 milioni circa saranno esclusi da una misura che il governo ritiene «non sia razzista».

* Fonte: Roberto Ciccarelli , IL MANIFESTO

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