Controrivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale. Lo specchio sfocato della democrazia

«Controrivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale» di Jan Zielonka (Laterza). È a Ralf Dahrendorf che il politologo polacco indirizza il suo scritto, come fosse una lunga lettera

Marco Bascetta * • 1/11/2018 • Europa, Libri & culture • 568 Viste

TEMPI PRESENTI. Il 1989 viene individuato come l’anno spartiacque da cui ripartire con l’espansione verso est dell’Ue

«Ma come ha potuto succederci tutto questo?». Lo stupore degli intellettuali liberali di fronte alla crisi dell’Unione europea e all’avanzata delle forze cosiddette «populiste» non solo nel Vecchio continente testimonia di un turbamento piuttosto attonito. Al quale non riescono a dare risposta alcuna. Questo stupore funziona come un vero e proprio specchio deformante che rovescia a testa in giù la storia dell’ultimo mezzo secolo.

Il libro di Jan Zielonka recentemente tradotto per i tipi di Laterza, rivela fin dal suo titolo Controrivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale (pp.190, euro 18) il colossale abbaglio che paralizza la cultura liberale, almeno quella che si autocelebra come aperta e progressiva e vanta tra i suoi ispiratori Karl Popper, Hannah Arendt, Isaiah Berlin e, soprattutto Ralf Dahrendorf a cui Zielonka indirizza il suo scritto in forma di lunga lettera. Un liberalismo tanto razionalista e illuminato quanto debole per rilevanza politica. La tesi di Zielonka consiste nel porre il 1989 e la conseguente espansione ad est dell’Unione europea come cuore di una benefica «rivoluzione liberale» portatrice di valori di libertà, progresso e democrazia.

Tuttavia, la mano tutt’altro che invisibile del neoliberismo avrebbe determinato tali e tanti squilibri, diseguaglianze, esclusioni, da aver guastato la festa aprendo la strada a una «controrivoluzione» nazionalista, protezionista e autoritaria che minaccia di mandare in fumo oltre che i liberi commerci, i valori democratici e perfino la pace tra i popoli. Dunque ai liberali non resta che tornare iuxta propria principia, pur consapevoli di non poter restaurare condizioni ormai tramontate. Con tutto l’ottimismo possibile non è chiaro, a cominciare da loro, come possano farlo.

PER RIMETTERE LA STORIA sui suoi piedi converrà chiarire fin da subito che una vera controrivoluzione effettivamente c’è stata, ma non quella delle attuali destre nazionaliste europee, bensì quella neoliberale che ha avuto i suoi condottieri storici in Ronald Reagan e Margaret Thatcher e il suo ispiratore teorico in Friedrich von Hayek. Una controrivoluzione di inaudita violenza che si proponeva di cancellare il compromesso di classe del dopoguerra, i diritti e il peso politico conseguito dalle lotte operaie e dai movimenti sociali, di allentare i «lacci e lacciuoli» dello stato democratico e ridurne la complessità in termini «decisionisti».

Fin dai suoi albori in Cile nel settembre del 1973, con il colpo di stato militare di Augusto Pinochet, le uccisioni di massa e la dittatura, fu chiaro che non si trattava di un «pranzo di gala». Reagan e Thatcher poi non ci andarono leggeri, il primo con i controllori di volo, la seconda con i minatori, nel rendere chiaro al mondo, in uno scontro simbolico, che si trattava di rapporti di forze che stavano cambiando. La controrivoluzione liberista si sarebbe poi sviluppata per decenni tra privatizzazioni, ridimensionamento del welfare, colonizzazione finanziaria di ogni ambito della vita e di ogni dimensione comune, conducendo una guerra feroce, intrisa di ideologia e moralismo, contro i poveri.

I NOSTRI LIBERALI si domandano il perché di tanta spietatezza e non sanno darsi la semplice risposta che un marxista darebbe a questo quesito: perché il processo di accumulazione del capitale non può che rimuovere di volta in volta e ad ogni costo i blocchi e le strettoie che ne ostacolano la crescita, allargando lo spazio del quale si alimenta. Dalla sfera pubblica fino a quella della vita individuale stessa. E dunque il nostro sconsolato liberale ammette: «il compito più difficile è reinventare il capitalismo» tanto più che «manchiamo di equivalenti contemporanei di Adam Smith». Dal 1819, quando Benjamin Constant profetizzò che i liberi commerci avrebbero soppiantato le guerre, ad oggi, i cannoni non hanno mai cessato di tuonare. E la «ricchezza delle nazioni» si produce in nuove pervasive forme senza più finzioni naturalistiche e legittimazioni filosofiche a vantaggio di una cerchia sempre più ristretta.

La celebrata rivoluzione del 1989, che pure aveva fatto sperare in una apertura democratica, liberando energie e volontà fino allora prigioniere del socialismo di stato ha finito con l’essere risucchiata nella scia della controrivoluzione liberista, dei suoi metodi spicci e del suo impianto dogmatico. Le modalità della riunificazione tedesca, il suo pedagogismo neoliberista, lo stato di minorità imposto ai cittadini della Germania orientale, che alimentarono un risentimento tutt’ora diffuso, avrebbero dovuto mettere in allarme su come e quanto l’apertura dell’89 era stata catturata da quella che Dardot e Lavalle hanno poi chiamato «la nuova ragione del mondo» e cioè non solo l’economia ma l’intera Weltanschaung liberista. Non è un caso che proprio nei Laender della ex Repubblica democratica tedesca, le formazioni xenofobe e neonaziste ottengano il seguito maggiore. E l’espansione a est, dal punto di vista di un liberalismo «dei valori» (diversamente da quello del profitto) è stata un completo disastro.
Se, dunque, la controrivoluzione è stata quella ispirata dagli ultraliberisti, come dobbiamo interpretare l’attuale ondata nazionalista e autoritaria? Quanto al consenso che ha saputo conquistarsi vi confluiscono certamente frustrazioni e disagio sociale generati dalla brutalità dei rapporti economici, debitamente manipolati dai capipopolo della destra.

MA NELLA SOSTANZA si tratta di un compimento politico della parabola economica neoliberista. La cui evoluzione finisce inevitabilmente in rotta di collisione con la complessità dei sistemi democratici e con l’autonomia dei movimenti sociali. Ed è qui che gli stati tornano in gioco nelle loro funzioni disciplinanti e repressive. Tra Pinochet e i Chicago boys non vi fu contraddizione alcuna. Il nazionalismo contemporaneo non mette in nessun modo in questione, al di là della retorica «populista», lo strapotere finanziario e la regola imposta dai mercati. Inoltre le «priorità nazionali» possono essere facilmente ricondotte all’ideologia e alla pratica della competitività che ha preso da un pezzo il sopravvento su ogni logica di cooperazione. Del resto, è sotto gli occhi di tutti la gara tra stati per offrire al capitale globale le migliori condizioni di accumulazione, i regimi fiscali più convenienti e la forza lavoro più docile e ricattabile. Nessuno mette seriamente in discussione quel principio quasi religioso secondo il quale dalla grande concentrazione delle ricchezze qualcosa sgocciolerà fino agli strati più deboli della società. Le destre nazionaliste non costituiscono una rottura con la controrivoluzione neoliberale, ma una sua metamorfosi tutt’altro che incoerente.
Intanto i nostri liberali scoprono con disappunto che le socialdemocrazie hanno abbracciato senza porre condizioni i principi della controrivoluzione neoliberista e ora guardano sconcertati, dopo essersi tagliati i ponti alle spalle, la trasmigrazione del voto popolare verso la destra. Tanto zelo nel convertirsi all’apologia del capitalismo è servito a poco. Nemmeno il capitale sa più cosa farsene del rosa pallido.

QUEL CAPITOLO della controrivoluzione è chiuso. Anche sul piano europeo il gioco di sponda tra i sacerdoti della rendita finanziaria e il nazionalismo che strepita contro presunte «congiure cosmopolite» funziona molto meglio. Né gli uni né gli altri desiderano un’Europa politica e tantomeno che possa svilupparsi una libertà dai poteri statali che rischi di logorarne le funzioni regolatrici. Per riscuotere i crediti serve pur sempre uno stato e una salda presa dei governanti sui governati. L’Unione europea resta ostaggio delle sovranità nazionali e dei rapporti di forze che tra queste intercorrono. Non è mai stata il prodotto puro di una qualche idealità liberale seppure questa possa avere animato qualcuno dei suoi pionieri e ispiratori. Ma è la sola dimensione nella quale una lotta democratica non illusoria potrebbe essere condotta. Cominciando col dissipare il miraggio dello scontro del tutto immaginario tra il capitalismo globalizzato e le sovranità nazionali che rispolverano l’idea interclassista di «patria».

* Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

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