Gli USA chiedono «Cessate il fuoco in Yemen» e iniziano a scaricare Mbs

Golfo. Mattis e Pompeo chiedono la fine dei bombardamenti e un negoziato vero entro 30 giorni, dopo aver appoggiato l’operazione per tre anni e mezzo. Intanto lo zio Abdulaziz torna a Riyadh per «deporre» l’erede al trono

Chiara Cruciati * • 1/11/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 295 Viste

Come una valanga, l’omicidio Khashoggi sta per travolgere Mohammed bin Salman. A un giorno dall’annuncio dell’invio di 10mila soldati della coalizione a guida saudita nella città yemenita di Hodeidah, sul Mar Rosso, gli Stati uniti tolgono il cappello dall’offensiva lanciata a marzo 2015.

Senza citare il ruolo statunitense nella devastazione dello Yemen (Washington fornisce assistenza logistica, intelligence e rifornimenti ai caccia, mai autorizzati dal Congresso), ieri il capo del Pentagono James Mattis ha chiesto la fine del conflitto, «ormai troppo lungo»: «Entro 30 giorni da oggi voglio vedere tutti seduti intorno a un tavolo per un cessate il fuoco, basato sul ritiro (degli Houthi) dal confine e poi dalla cessazione dei bombardamenti (sauditi)».

Una data di scadenza alla guerra saudita, rilanciata dal segretario di Stato Usa Pompeo che poco dopo ha fatto appello ad Arabia saudita ed Emirati arabi perché cessino le ostilità. Non prima, aggiunge, dello stop delle attività militari dei ribelli Houthi, tra cui i lanci di missili verso il sud del territorio saudita. Mattis ha fatto sapere di aver chiesto alle varie parti di incontrarsi con Martin Griffiths, l’inviato Onu per lo Yemen, a novembre in Svezia.

L’endorsement Usa alle politiche belliche saudite scricchiola, non certo per ragioni umanitarie o per le stragi impunite di civili: dal 2 ottobre, dalla scomparsa del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, la rete di alleanze che la petromonarchia ha saputo costruirsi nell’ultimo mezzo secolo non è più così solida. Nessun fuggi fuggi generale, ma prudenti prese di distanza di chi vuole prima capire che piega prenderanno gli eventi. Ma soprattutto se Mohammed bin Salman, il giovanissimo erede al trono (ma reggente de facto della monarchia) sarà sacrificato sull’altare della ragion di Stato.

Non mancano i segni di un suo possibile passo indietro, almeno nel medio termine: ieri, da Londra, è rientrato in patria il principe settuagenario Ahmad bin Abdulaziz, fratello di re Salman e noto critico del nipote. L’intenzione è sfidare o individuare uno sfidante dell’egemonia di Mbs per ripulire la faccia di una famiglia reale che si finge da decenni pulita. Abdulaziz gode della protezione di Gran Bretagna e Stati uniti, ma soprattutto del suo clan, tanto potente da non essere stato neppure sfiorato dalle epurazioni del novembre 2017 volute del delfino. Dalla sua ha l’appoggio di una buona parte dei vertici sauditi, più che preoccupati dalle politiche e i metodi di Mbs.

Nelle stesse ore la Turchia proseguiva con il pressing: la procura di Istanbul accusa i sauditi di impedire l’accesso al pozzo della residenza del console, dove si ipotizza si trovi il corpo smembrato di Khashoggi. E aggiunge: il giornalista è stato strangolato non appena entrato in consolato. Ieri sera è poi intervenuto Omar Celik, portavoce dell’Akp, il partito del presidente Erdogan: l’omicidio, ha detto, non sarebbe stato possibile senza un ordine dai vertici sauditi.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

photo: By The White House from Washington, DC (Foreign Leader Visits) [Public domain], via Wikimedia Commons

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