Italia-Qatar al mercato delle armi. La visita dell’emiro al Quirinale non era di cortesia

Mentre il commercio internazionale con l’Iran è bloccato dalle sanzioni americane, Usa, Europa e Italia vendono nel Golfo la maggior parte delle loro armi e delle tecnologie militari

Alberto Negri * • 21/11/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi • 782 Viste

In poco più di un anno abbiamo venduto a Doha sette navi da guerra Fincantieri per 4 miliardi di euro, 28 elicotteri NH 90 (ex Agusta Westland) per 3 miliardi di euro, inoltre è stata siglata un’intesa da 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento

Gli smoking indossati alla sommità del Colle per vendere armi al Qatar non sono bastati a nascondere un realtà ben poco elegante per l’Italia e tutto l’Occidente. Con gli stati del Golfo abbiamo costruito una prigione e consegnato le chiavi del nostro carcere. Trump non è il presidente americano ma degli Emirati Uniti d’America, ostaggio della monarchia dei Saud e di Israele che con 200 testate nucleari dovrebbe tenere a bada il Medio Oriente. Mentre il commercio internazionale con l’Iran è bloccato dalle sanzioni americane, Usa, Europa e Italia vendono nel Golfo la maggior parte delle loro armi e delle tecnologie militari. Solo la Germania dopo il caso Khashoggi ha sospeso le forniture a Riad, gli altri temono la concorrenza di Russia e Cina.

In pratica l’Occidente ha fatto del Golfo un arsenale in cambio di petrolio, gas e investimenti arabi nelle imprese e nella finanza. Ora gli europei, dopo avere fatto proclami, non riescono neppure ad aggirare l’embargo a Teheran. Un teatrino. In sintesi ci siamo consegnati alle monarchie più retrograde del mondo: ecco perché non è assolutamente possibile né la pace né la giustizia in Medio Oriente e nel Mediterraneo

Ma veniamo alla visita a Roma dell’Emiro Al Thani: il Qatar per l’Italia è una piccola Sparta del Golfo. Stiamo armando fino ai denti l’emirato sotto embargo dell’Arabia saudita e dei suoi alleati del Golfo che accusano Doha, insieme alla Turchia, di proteggere i Fratelli Musulmani, ritenuti con il loro Islam politico un’insidia letale per le monarchie assolute.
In poco più di un anno abbiamo venduto a Doha sette navi da guerra Fincantieri per 4 miliardi di euro, 28 elicotteri NH 90 (ex Agusta Westland) per 3 miliardi di euro, inoltre è stata siglata un’intesa da 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento. Aerei che per altro sono stati venduti anche all’Arabia Saudita, dopo una visita a Londra del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo la Cia il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

Ecco alcuni dei tanti motivi – le tensioni nel Golfo e in Libia – per cui l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani è venuto a Roma. Siamo un alleato strategico. Questa non era certo una visita di cortesia: l’emirato è un grande produttore di gas e la Qatar Investment Authority (Qia) è un colosso il cui patrimonio stimato è di 335 miliardi di dollari: l’Italia non si può certo premettere di trattare male l’Emiro, che qualche motivo per essere nervoso con noi lo potrebbe anche avere.

Alla conferenza sulla Libia di Palermo, l’Italia ha ricevuto con grande risalto il generale della Cirenaica Khalifa Haftar _ alleato di Egitto, Francia, Russia e sauditi _ che è il peggiore nemico dei Fratelli Musulmani di Tripoli, sostenuti sia da Doha che dalla Turchia. La Turchia ha abbandonato il vertice di Palermo con un gesto clamoroso.
Per l’Italia è un rompicapo: Roma sostiene con l’emirato e Ankara il governo Sarraj tenuto in ostaggio dalle milizie salafite. A Palermo il Qatar ha tenuto un basso profilo: i qatarini hanno qui troppi interessi per mettere in imbarazzo un governo che con il premier Conte è appena andato in viaggio d’affari anche negli Emirati.

Ma è evidente che l’Emiro Al Thani non poteva essere soddisfatto della conferenza, tenendo conto che l’Italia è un partner di primo piano per la sua difesa e in Libia. Nel mirino dei sauditi, che li hanno obbligati anche a cambiare rotte aeree, i qatarini stanno aggirando l’embargo con l’acquisto dall’Aga Khan della Meridiana, rilevata dalla Qatar Airways, che con il nome di AirItaly ha piani grandiosi che potrebbero farla diventare la prima compagnia aerea al posto della comatosa Alitalia.

Poi ci sono le forniture di armi e gas. L’Eni sta diversificando i suoi approvvigionamenti di metano nel Golfo con contratti negli Emirati Arabi Uniti e in Oman mentre il Qatar deve mantenere buoni rapporti con l’Iran con cui spartisce i giacimenti di South Pars.

L’Emiro vuole capire da che parte stiamo in Libia e nel Golfo, visto che gli vendiamo miliardi armi. Siamo pronti a difendere l’emirato dalle monarchie del Golfo ostili? C’è da dubitarne. E Al Thani forse voleva anche sapere fino a che punto siano determinati a sostenere il governo Sarraj a Tripoli: è chiaro che il generale Haftar è in sella per far fuori gli islamisti con l’appoggio dei suoi potenti alleati.

Diciamo pure all’Emiro che, dal punto di vista strategico, questo è stato un viaggio inutile: il governo, come storicamente qualunque altro governo di questo Paese, vuole fare affari ma non ha nessuna intenzione di esporsi. Basta vedere cosa è accaduto nel 2011 quando abbiamo abbandonato Gheddafi al suo destino, appena sei mesi dopo aver firmato con lui contratti miliardari. Il nostro governo può solo rispondere che in Qatar ci sono 10mila soldati Usa nella base di Al Udeid e che questi bastano a garantire la sicurezza dell’Emirato. Anche sulla Libia gli italiani sono evasivi, riparandosi dietro il piano dell’Onu, il dialogo nazionale e altre fesserie simili. Bisogna essere franchi con l’Emiro: noi delle grandi strategie ce ne laviamo le mani e preferiamo metterci allegramente alla cassa.

* Fonte: Alberto Negri, IL MANIFESTO

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