La Germania si riarma, aumenta la spesa militare

La Germania si riarma, aumenta la spesa militare

Emerge dall’apposita Commissione del Bundestag la cifra ufficiale della politica “economica” della Groko social-democristiana. Un bilancio sintomatico della seconda priorità della Germania dopo il lavoro: il riarmo dell’esercito.

Dei 356 miliardi di euro del budget 2019 definito ieri in Parlamento, oltre 43 sono destinati al ministero della Difesa guidato da Ursula von der Leyen. Rappresentano il più alto incremento di spesa dopo i 145 miliardi investiti nei settori dell’occupazione e del sociale (sei in più rispetto al 2018) e la prova definitiva che la nuova geopolitica tedesca si proietta già ben oltre l’orizzonte europeo.

Lo sa bene l’opposizione parlamentare che denuncia i «disastrosi» numeri del documento; e ancora meglio le migliaia di manifestanti per il «disarmo» scese in piazza questa settimana in 50 città tedesche rispondendo all’appello della “Cooperazione per la Pace” e del Comitato pacifista federale. La decisione finale sugli stanziamenti militari spetterà comunque al Bundestag che si riunirà il 23 novembre per l’approvazione del bilancio.

Mentre si scopre che per trovare i soldi per comprare navi e carri armati il governo tedesco ha dovuto ridurre il fondo di garanzia a favore delle politiche sui migranti. Oltre alla notizia che il «debito-zero» imposto sei anni fa dall’ex “falco” delle finanze Wolfgang Schäuble viene confermato – per la sesta volta – dall’attuale ministro Spd Olaf Scholz.

«Un bilancio disastroso» sintetizza il portavoce dei Verdi, Sven-Christian Kindler, denunciando, insieme alla spesa militare, gli scarsi investimenti sulle energie rinnovabili del governo Merkel. La Grande coalizione ha preferito finanziare con 5 miliardi aggiuntivi l’acquisto di mezzi da combattimento necessari a rimettere in linea la Germania con gli «obiettivi minimi» Nato chiesti dall’amministrazione Trump.

Anche se la scelta è tutt’altro che politicamente indolore come dimostra il pubblico fastidio del ministro dello Sviluppo economico Gerd Müller che si è visto “scippare” mezzo miliardo di euro dal suo dicastero. Soldi destinati a raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil alle forze armate entro sei anni come si attende Washington: nel 2019 rappresenterà l’1,3% del prodotto interno lordo mentre inchioda gli obblighi militari di Berlino ben oltre le prossime elezioni federali nel 2021, visto che il bilancio chiuso ieri fissa le cifre per l’anno successivo.

Per questo prova a resistere la rete di associazioni riunita sotto lo slogan «disarmo invece che riarmo» che ha protestato giovedì e domenica e continuerà anche domani. Dai sindacati di base, alle organizzazioni della galassia cattolica e protestante, fino ai promotori della maxi-petizione al Bundestag con la firma di 120 mila persone.

Si aggiungono ai riflettori dell’informazione nazionale, sempre molto attenta a illuminare ciò che firma la ministra Ursula von der Leyen, garante degli accordi con gli Usa definiti nei tavoli bilaterali dello scorso giugno. Sei mesi fa laSüddeutsche Zeitung svelava il «documento politico» riservato che fissava nero su bianco la «priorità alla sicurezza nazionale» imposta dagli americani. Ma anche la fine della strategia della partecipazione parziale alle missioni Onu e Nato e l’inizio della politica «sovrana e paritaria» che serve a Berlino per affrontare in maniera autonoma le nuove crisi internazionali. D’ora in poi il dispiegamento all’estero dei militari tedeschi, dall’Africa al Medio Oriente, sarà asservito quasi esclusivamente all’interesse nazionali. Sempre meno corrispondenti a quelli europei.

* Fonte: Sebastiano Canetta, IL MANIFESTO

photo: By ISAF Headquarters Public Affairs Office (Flickr: 12APR2010-N-9904-5131) [Pubblico dominio or CC BY 2.0 ], via Wikimedia Commons



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