La Procura di Lecce apre una terza inchiesta per inquinamento contro i vertici di «Tap Italia»

Gasdotto pugliese. L’indagine prende spunto dall’ordinanza emanata dal sindaco di Melendugno, con la quale si vietava il prelievo dell’acqua dai pozzi dell’area di San Basilio

Gianmario Leone * • 17/11/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 321 Viste

TARANTO. Nuovo giallo nella vicenda del gasdotto Tap in Salento. La Procura di Lecce ha infatti aperto una terza inchiesta per «scarico abusivo contenente elementi inquinanti». Gli indagati sono Clara Risso, legale rappresentante di «Tap Italia», Michele Elia, country manager della società, e Gabriele Paolo Lanza, project manager di Tap in carica dal 15 marzo scorso.

L’ATTIVITÀ DELLA PROCURA salentina, guidata dal procuratore capo, Leonardo Leone De Castris, e del sostituto procuratore Valeria Farina Valaori, prende spunto dall’ordinanza dello scorso 24 luglio emanata dal sindaco di Melendugno, Marco Potì, con la quale vietava il prelievo dell’acqua dai pozzi dell’area di San Basilio, perché la falda risultava inquinata.

La località dove fino a luglio erano in corso i lavori per la costruzione del pozzo di spinta del gasdotto che collegherà l’Azerbaigian all’Italia con approdo sulla costa di San Foca. Dalle analisi effettuate a suo tempo dai carabinieri del Noe e da Arpa Puglia, emerse un inquinamento della falda da sostanze pericolose come manganese, nichel, arsenico e cromo esavalente, la cui presenza venne riscontrata in quantitativi superiori alla norma, in alcuni casi anche di cinque volte.

Da qui l’ordinanza del sindaco valida 30 giorni e, comunque, «fino alle determinazioni che saranno assunte di concerto con le competenti altre autorità». Il primo cittadino dispose l’immediata sospensione del cantiere. Lavori che resteranno comunque bloccati, come deciso giovedì dal Tar del Lazio che ha respinto l’istanza di sospensiva presentata da Tap.

Così nella giornata di ieri sono partiti gli accertamenti dei carabinieri del Noe, che hanno compiuto sequestri e perquisizioni nella sedi del consorzio Tap tra Roma, Lecce e a Villafranca Padovana, dove si trova il laboratorio di analisi SGS Italia, utilizzato dalla multinazionale per le indagini ambientali sui vari cantieri dell’opera. Le analisi furono commissionate nel 2017 e ora gli inquirenti vogliono capire se i vertici della multinazionale fossero a conoscenza dell’inquinamento della falda del cantiere. Il Noe ha sequestrato molti documenti ed in particolare tutti i rapporti di prova analisi e altri documenti datati dal novembre 2017 ad oggi e collegati ai campionamenti effettuati sulle acque di falda del cantiere Tap di san Basilio.

INOLTRE L’INCHIESTA vuole verificare se Tap abbia ottemperato alle prescrizioni A36 e A55 della Valutazione di Impatto Ambientale, che prevedevano l’impermeabilizzazione dell’area dei lavori onde evitare la dispersione in falda delle sostanze pericolose.

Il consorzio Tap si è detto pronto «a collaborare con la magistratura», dicendosi certo che le «indagini dimostreranno il corretto operato» della società. Ma l’inchiesta ha ridato vigore anche alla protesta dei «No Tap», che hanno chiesto il blocco di tutti i lavori fino alla conclusione delle indagini, ed hanno ricordato come già lo scorso febbraio segnalarono strani «fumi» emergere dal terreno.

Indagini in realtà molto più vaste che riguardano altre due inchieste: la prima sulla presunta violazione della Legge Seveso, sulla quale è in corso un incidente probatorio che dovrà valutare se i progetti di Tap e di Srg (Snam Rete Gas) per la connessione alla rete nazionale, siano da considerarsi unitari o distinti. La seconda riguarda il cosiddetto «cluster 5», il cantiere sequestrato il 27 aprile scorso, nel quale Tap ha espiantato 477 ulivi per poter procedere allo scavo e alla posa della pipeline. Il tutto mentre a largo di San Foca procedono i lavori da poco iniziati e finalizzati alla realizzazione del microtunnel.

* Fonte: Gianmario Leone, IL MANIFESTO

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