Le nuove norme sulla prescrizione rinviate, ma Di Maio esulta

Giustizia. La promessa di una legge sul processo e un compromesso senza logica che ricorda l’Italicum. L’annuncio: nuovo processo penale entro il 2019. E nuovi termini dal gennaio

Andrea Fabozzi * • 9/11/2018 • Carcere & Giustizia • 101 Viste

L’accordo è che sarà concesso a Di Maio di esultare sui social. Le nuove norme sulla prescrizione restano agganciate al treno del disegno di legge anti corruzione, ma entreranno in vigore tra un anno o poco più. L’accordo di maggioranza dice gennaio 2020. In quella data non si conosceranno ancora gli effetti dell’ultima riforma della prescrizione (Orlando nel 2017), e in ogni caso la novità voluta adesso da Di Maio e Bonafede – abolizione della prescrizione dopo il giudizio di primo grado – non produrrà effetti prima di molti anni. È una norma che non può essere applicata retroattivamente, vale per i nuovi reati. Il che rende surreale la decisione di rimandare l’entrata in vigore di un altro anno. Come pure la fretta di approvarla nelle prossime settimane. Ma sulla prescrizione i 5 Stelle si erano spinti troppo in là per rinculare dignitosamente. Meglio piegare la giustizia, e la logica, alle ragioni della propaganda.

SALVINI OTTIENE che il prossimo anno sia impiegato per una «organica riforma della giustizia». L’esigenza è quella di ridurre i tempi, dunque il campo si restringe alla riforma del processo penale. In ossequio, manco a dirlo, al «contratto di governo», dove però nel capitolo giustizia il processo penale non è quasi citato. Se si rileggono le promesse, si concentrano su tutt’altro (la legittima difesa, il Csm, il risarcimento delle vittime…); si parla del processo penale solo per proposte che avrebbero l’effetto di allungare i tempi, non diminuirli. Come la stretta sui riti alternativi, già approvata dalla camera.

LA RIFORMA «ORGANICA» dovrebbe arrivare con una legge delega che non è stata ancora nemmeno immaginata ma che andrebbe approvata a tempo di record. Perché si dice che la delega del governo (che non può richiedere meno di sei mesi) sarà esercitata e conclusa entro la fine del prossimo anno. Anche questo spiega il carattere tutto politico dell’accordo firmato ieri mattina – «in un quarto d’ora» – nel vertice di maggioranza. Il rinvio copre a mala pena le divergenze ancora forti. Tant’è che se i 5 Stelle sottolineano che, una volta approvata la riforma della prescrizione, questa entrerà comunque in vigore tra un anno «anche se cade il governo» (Fraccaro), i leghisti chiariscono che se la riforma del processo penale si impantana «bisognerà fare un altro tavolo» (Bongiorno).

La fretta a questo punto è tutta sulle spalle dei grillini. Che per giustificare l’allargamento del disegno di legge anti corruzione, l’ultimo treno agganciabile a Montecitorio prima della sessione di bilancio, si inventano di abbinarlo a un altro disegno di legge dimenticato in commissione giustizia. Quello sulla prescrizione del grillino Colletti, che però essendo rimasto fedele agli slogan della campagna elettorale anticipa lo stop alla prescrizione al momento della richiesta di rinvio a giudizio. Il deputato Colletti infatti giudica il compromesso trovato ieri «una cagata pazzesca» e fa sua la stroncatura del maitre à penser Davigo che si rammarica che così la nuova prescrizione entrerà in vigore «quando sarò morto» (anche se l’efficacia, lo abbiamo spiegato, è rimandata di un solo anno).

COME EFFETTO delle nuove decisioni, la conferenza dei capigruppo della camera ha deciso nel pomeriggio di ieri di concedere una settimana in più alla commissione. L’esame comincerà in aula il 19 novembre e dovrebbe concludersi in tre giorni, altrimenti non ci sarà spazio per il decreto sicurezza, prima di passare alla manovra. Nelle commissioni riunite si è sfiorata la rissa tra deputati di maggioranza e di opposizione, con questi ultimi ferocemente critici per una votazione forzata, a loro dire irregolare. Mossa «lesiva della dignità parlamentare», secondo il deputato di Forza Italia Sisto. La forzatura c’è stata, ma purtroppo non diversa da quelle alle quali aveva abituato la maggioranza nella scorsa legislatura. Nel gennaio 2014 proprio Sisto, presidente della stessa prima commissione, fece passare il testo base dell’Italicum con le stesse modalità azzardate. E allora si indignarono i grillini. L’Italicum, un’altra legge la cui effettiva applicazione fu rinviata per un compromesso nella maggioranza. E che non entrò in vigore per l’intervento della Corte costituzionale.

* Fonte: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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