Workfare all’italiana. Per il governo dei poveri al lavoro Caf, centri per l’impiego e privati

Sussidio di povertà detto impropriamente “reddito di cittadinanza”. Polemiche sul calcolo del sussidio in base all’Isee che partirà entro marzo

Roberto Ciccarelli * • 6/11/2018 • DIRITTI ECONOMICI, Diritti Sociali • 531 Viste

Il testo della riforma dei centri per l’impiego manca sempre, e non lo si potrà conoscere fino a dopo l’ok alla manovra a Natale, quando il governo dovrebbe approvare un decreto per dare corpo al sussidio di povertà e il lavoro coatto detto impropriamente «reddito di cittadinanza». In questo gioco a mosca cieca restano le dichiarazioni di esponenti di primo e secondo piano dei Cinque Stelle e l’ormai ricca corrispondenza sul «blog delle stelle» e sui quotidiani che rettifica analisi pretestuose, o infondate, fornendo dettagli che vanno a comporre un mosaico a tutt’oggi incompleto.

IN QUESTA INCERTEZZA è confermata la volontà di creare una cogestione del sistema di collocamento composta da Caf, sindacati, agenzie pubbliche e private della formazione professionale, oltre che le agenzie di lavoro interinale. Il quadro, già delineato, è stato confermato dalla viceministro all’Economia Laura Castelli (M5S) secondo la quale «c’è la volontà di mettere insieme tutti i soggetti coinvolti: l’Inps; i Caf e i patronati, che hanno già convenzioni con l’Anpal, l’azienda nazionale per le politiche attive del lavoro; le imprese, le sole a poterci dire su cosa è necessario investire in formazione. Ad agire non sarà solo il pubblico attraverso i centri per l’impiego, ma anche i centri di formazione privati e le imprese». La Cisl con la segretaria Furlan si è detta disponibile a collaborare, anche se chiede di non fermare le grandi opere «che creano lavoro».

È UN MISTERO come questo inedito sistema di governance delle politiche attive – che in Italia esiste, ma funziona a singhiozzo e su scala ridottissima – possa essere portato a regime entro marzo 2019, ha confermato la ministra per il Sud Barbara Lezzi (M5S). Quello che è certo è il già noto, almeno a chi legge queste colonne. Sembra infatti che nelle ultime ore anche coloro che si oppongono a questo sistema neoliberista, da un punto di vista neoliberista, abbiano registrato il già noto: il calcolo del «reddito di precarietà» per ogni beneficiario sarà il risultato della differenza tra il massimale di 780 euro e il reddito Isee, l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente che documenta la situazione economica del nucleo familiare del dichiarante quando si richiedono prestazioni sociali agevolate. Tranne coloro che sono nullatenenti, i beneficiari (ora i Cinque Stelle parlano di «4,5 milioni di persone», coloro che dovrebbero essere al di sotto dei 9.360 euro di Isee) riceveranno somme pari in media a meno della metà del massimale previsto. Al momento è previsto che tre mensilità, pari a oltre 2 mila euro, andranno all’agenzia per il lavoro, l’ente o l’azienda che hanno permesso la ricollocazione del «povero» o disoccupato. In cambio il beneficiari dovrà prestare lavoro gratis per otto ore a settimana per lo stato; formazione continua per 18 mesi (e altri 18 se non arriva un’offerta di lavoro); consumare il sussidio, rispettare il divieto di risparmio; accettare la mobilità nei «distretti» perché il vincolo chilometrico di 51 chilometri entro i quali dovrà accettare una proposta di occupazione sarà superato; non lavorare «in nero» pena fino a «sei anni di carcere».

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

 

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