Alle radici dell’odio e del rancore

Un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce

Marco Revelli * • 28/12/2018 • Libri & culture • 443 Viste

«Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva, tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé». Ruota intorno a questo focus il volume – bello e terribile – di Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino (Nel labirinto delle paure. Politica, precarietà, immigrazione, Bollati Boringhieri, pp. 159, euro 15) : un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce: noi, osservatori che attoniti ci chiediamo cosa mai sia successo; loro, gli oggetti, le vittime di quanto in Europa, nel XXI secolo, non si aspettavano di subire. E forse anche gli altri, gli attori dell’odio, quelli che dopo un lungo ciclo di «italiani brava gente» oggi si ritrovano tra glihaters, irriconoscibili a se stessi nei luoghi che non riescono più a riconoscere, a ostentare come uno straccio di bandiera i propri peggiori sentimenti.

UN SOCIOLOGO di territorio e un amministratore metropolitano, entrambi col gusto delle interrogazioni radicali, s’immergono nel magma sociale che ha sostituito la vecchia società di classe alla ricerca del punto di caduta in cui «il percorso della paura si è fatto rancore e razzismo». E dal «rovesciamento antropologico» che nell’ultimo ventennio del ’900 ha trasformato l’Italia da Paese di emigranti in meta di immigrati si è passati all’«inversione morale» di questi tempi ultimi, quando la solidarietà diventa reato e la crudeltà (non più solo l’indifferenza, la crudeltà ostentata) virtù civica, proclamata dai palazzi del governo.

LO CERCANO, quel punto cieco, testardamente. Con un accanimento che non è solo culturale e scientifico, ma anche etico e politico, sapendo che i vecchi strumenti giacciono a terra inutilizzabili: il «termometro del lavoro», ormai incapace di dirci la temperatura sociale dopo che il suo oggetto è stato travolto dalla «lotta di classe dall’alto» che ne ha annientato la soggettività e la capacità di far racconto di sé; l’antico «sistema ordinatorio delle classi« dopo che il salto di paradigma del Capitale le ha triturate in un pulviscolo indecifrabile; lo stesso conflitto – il grande «nominatore» dei processi sociali nell’età industriale -, ora diventato opaco, persino torbido, fattosi orizzontale, competizione intraspecifica, non più basso verso alto, lavoro versus capitale, poveri contro ricchi, ma forma raggrumata del rancore e dell’invidia sociale indirizzata verso il vicino o, come antidoto, l’inferiore, il più povero, il più marginale, il più «nudo». E alla fine lo trovano quel punctum dolens, grazie alla consapevolezza che per uscire dal labirinto – o quantomeno per sapersi orientare nei suoi meandri – «occorre avere il coraggio di inoltrarsi nel salto d’epoca». Esso si chiama «apocalisse culturale» – nel senso usato da Ernesto De Martino, di fine di un mondo, crisi della presenza – ed è il lato oscuro della globalizzazione, quello non raccontato dalle narrazioni apologetiche da fine della storia ma sperimentato da milioni di atomi sociali, fatta di declassamento, dequalificazione dei lavori tradizionali e loro messa fuori corso, erosione del reddito, precarizzazione mascherata da flessibilità, logoramento dei luoghi sotto la spinta sradicante dei flussi, incertezza che si fa paura e, nella solitudine degli individui, psicosi individuale e collettiva.

SAREBBE STATA necessaria una rete a maglie strette di ammortizzatori sociali, un welfare rimodulato sulla prossimità e la resilienza del legame sociale (un welfare di comunità), una narrativa risarcitoria nei confronti delle vittime di quel terremoto (i loser dimenticati nel racconto dei winner). In sostanza una ridefinizione in chiave post-industriale del vecchio patto socialdemocratico, per tenere insieme «il senso della convivenza e l’utile degli interessi». Invece niente. Anzi, il contrario, con l’affermarsi del modello feroce dell’austerità, del calcolo micranioso del dare e avere all’insegna dei Guai ai vinti! La narrativa dei vincitori (pochi, al vertice della piramide, sempre più in alto) fattasi norma, anzi grundnorm, costituzione materiale del nuovo mondo «nell’epoca dell’individualismo compiuto e dell’egologia».

E AL POLO OPPOSTO, in basso e in mezzo, il rancore che cresceva, e si faceva odio sociale indifferenziato, riflesso cannibalico di una società lasciata sola. Liquida, come scrive Bauman, di una «liquidità al mercurio» come dice Bonomi, tossica, avvelenata e avvelenante, passata senza quasi accorgersene, senza riflessione politica né allarme sociale, dall’originario istinto all’accoglienza quando ancora all’inizio degli anni ’90 si profilarono i primi migranti (e Bonomi lo registrò in uno studio pionieristico), alla successiva prevalenza dell’intolleranza e poi alla «xenofobia, al razzismo, alla guerra civile molecolare, alla guerra di civiltà» finché ti ritrovi nel labirinto delle paure. Stretti tra «l’adattivismo senza visione politica» del sociale e il narcisismo predatorio delle élites (quello che in Francia è entrato nel mirino dei gilet jaunes), con in mezzo niente. O quasi. Soltanto un immenso sommerso che non è solo quello del lavoro nero e dell’evasione o elusione fiscale ma è soprattutto il rendersi invisibile di un gigantesco reticolo sociale: «invisibili ai poteri, alle tasse, ai mercati, così confluendo, come detriti, nel fiume dei tanti precipitati nel sommerso della povertà, della società dello scarto e dei dannati della terra, il cui fiume è diventato il cimitero Mediterraneo».

SONO QUELLI che si era ancora riusciti a tracciare nei successivi cicli di discontinuità, «dal fordismo alla città fabbrica» fino al «postfordismo dei distretti e delle piattaforme produttive» quando ancora si sviluppavano saperi, competenze, conflitti, forme di rappresentanze sociali, economiche, politiche, adeguate ai tempi delle dissonanze, ma di cui poi si sono perse le tracce nel labirinto del «lavoro e dei lavori nell’industria 4.0, del lavoro autonomo di prima generazione che si fa maker, di quello di seconda generazione che si fa partita iva terziaria e di quello di terza generazione uberizzato e messo al lavoro nella dittatura dell’algoritmo». Caduti gli uni, quelli posizionati sul fronte avanzato del tempo – quelli che dovrebbero «mangiare futuro» – nella crisi della presenza di chi brancola «nel dilagare delle opportunità inafferrabili»; gli altri, quelli che non si riconoscono più in quello che gli era abituale, in un’elaborazione del lutto che «non produce nostalgia consapevole ma depressione disperante».

SONO LORO le componenti di una moltitudine che non produce soggettività ma che, anzi, della crisi della soggettività è il prodotto (o il sintomo). In qualche modo la forma. I conflitti cui darà origine, se ci saranno, saranno conflitti ambigui – «sporchi», nel senso di non limpidi – in qualche misura molto destabilizzanti e poco costituenti. Che tuttavia come segni di vita dovranno essere colti, da chi non si arrende alla dittatura dell’esistente. A noi, che ci chiediamo ogni giorno Che fare, il libro indica la strada del mettersi in mezzo, lavorare a forme di comunità di cura che siano anche operose, innestate nel tessuto della società liquida diventata tossica, per tentare la via della ricostruzione di brandelli almeno di legame ed evitare che tra l’avvelenamento del sociale e il narcisismo del politico resti il vuoto.

* Fonte: Marco Revelli, Volerelaluna

L’articolo è tratto da Il Manifesto del 27 dicembre (Le maglie strette del rancore)

 

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