Theresa May resiste, la Brexit resta nelle sue mani

Theresa May resiste, la Brexit resta nelle sue mani

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LONDRA. La domanda è stata finalmente posta: should she stay or should she go? Per ora she stays. Theresa May è riuscita a cavarsela anche questa volta. Lo scrutinio segreto con cui i Tory decidono la sorte del leader ha restituito la premier al mortale abbraccio della negoziazione con l’Ue. May è scampata al plotone di esecuzione per 200 voti contro 117. Deve aver pesato il fatto di aver ufficialmente comunicato ai deputati conservatori, riuniti ieri sera prima dello scrutinio, che lascerà prima delle prossime politiche, siano nel 2022 o il mese prossimo. E questo deve aver avvalorato le loro considerazioni sull’insostituibilità di una figura politica già spacciata che ha davanti il “triste e nobile” destino di immolarsi per il Paese nella transizione più incognita e pericolosa della sua storia recente.

ANCORA UNA VOLTA la premier si è dimostrata imbattibile nell’arte del sopravvivere.

Tutto questo era solo questione di tempo. Come in tutti i grandi epiloghi che si rispettano, alla fine i Tories hanno provato a staccare la spina. L’accanimento terapeutico con cui Theresa May si è incatenata al proprio accordo per l’uscita dall’Ue, raggiunto dopo due anni di negoziati, imponeva chiarezza a un partito abituato al dominio, nebuloso e a qualunque costo. Dopo tanto parlare, gli euroscettici sono usciti allo scoperto, dimostrando come il potere sia l’unica cosa alla quale tengono, in barba alla foglia di fico dell’“interesse nazionale”.

PER ORA MAY va ancora avanti. Non certo forte e stabile, ma meno debole e precaria. Finalmente si è tolta dai piedi i “bastardi” (così John Major chiamava i colleghi di partito euroscettici che gli mettevano i bastoni fra le ruote sull’Europa: esistono fin dal Settecento, s’incarnano ogni generazione in nuovi portatori sani, mossi da psicopatologica vanagloria tardoimperiale quando non da una rotonda ignoranza del mondo). Per un anno almeno, visto che lo statuto del partito prevede che una leader che riesce a superare la sfiducia non debba essere sfidata almeno per un anno.

LA GUERRA CIVILE che da secoli divide i Tory sull’Europa, e che si era incancrenita nella sopportazione di una leader acclamata da nessuno, ha finalmente raggiunto un punto di svolta: finisce – almeno temporaneamente – la negoziazione con il suo stesso partito, il surreale vizio di forma e di sostanza di questa cacofonia fra una singola voce stonata e altre ventisette perfettamente all’unisono.
Naturalmente si tratta di uno scenario per lei pur sempre nefasto. L’unica cosa che è riuscito a fare l’accordo che ha presentato nei giorni scorsi è stato di unire la destra e la sinistra, i rimanenti e gli uscenti in un disgusto condiviso. Il voto “significativo” (meaningful) in Parlamento, il cui rinvio ha inferocito l’aula, è assai probabile che ne sancisca comunque la fine politica. E la zuffa vergognosa fra conservatori quando fra 107 giorni il Paese rischia di gettarsi senza paracadute fuori dell’Ue non potrà avere una ricaduta alle prossime elezioni.

FINORA, L’UNICA COSA chiara del drammone farsesco denominato Brexit, oltre al fatto che sia confuso, è la figura di Theresa May. O meglio, la possessione faustiana che ne anima la febbricitante ambizione, una forma di bondage politico anelante alla jouissance, l’abnegazione estasiata di una Giovanna d’Arco sul rogo che arde per la sua Angleterre.

Per questo la sospirata resa dei conti all’Ok Corral Tory – dopo aver raggiunto il quorum delle quarantotto letterine di fiele necessarie a innescare “le primarie” – lungi dall’essere il capitolo finale di questa saga, gioca da fattore stabilizzante. Dopo la notizia della sfiducia di ieri mattina, Theresa May non era lo spettro che era lecito attendersi dopo mesi di umiliazioni subite da destra e da manca (nomen omen): se non ringalluzzita era comunque battagliera. E ora può aspettarsi forse che il martirio sfiorato intenerisca i niet che ha continuato a ricevere da Bruxelles sulla rinegoziazione di cui ha disperatamente bisogno.

Insomma, la resa dei conti nel partito di cui è si ritrovata leader per mancanza cronica di personalità politiche di un qualche rilievo, lei che era stata ministro dell’Interno (guardati sempre dagli sbirri che diventano leader, serva Italia di dolore ostello), le giova. Al posto suo, chiunque avesse trovato un accordo fra la propria ambizione e sanità mentale avrebbe mollato. Lei invece sul ponte del Titanic quasi ci balla. Occasioni simili, in fondo, capitano una volta ogni mille vite politiche.

* Fonte: Leonardo Clausi, IL MANIFESTO


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