5Stelle. La recita in giallo di Di Maio

5Stelle. La recita in giallo di Di Maio

Di Maio offre agli insorti francesi i servigi della piattaforma Rousseau. Come se un movimento che conta interamente su se stesso e sulla propria autonomia, diffidente verso tutto e verso tutti, potesse mai affidare la sua comunicazione al management della Casaleggio

Nella politica a 5 stelle tutto è apparenza. Il reddito di cittadinanza non è un reddito di cittadinanza; la democrazia diretta non è la democrazia diretta ma, nella più benevola delle interpretazioni possibili, un videogioco che la simula, la partecipazione è sottoposta a un principio inscalfibile di verticalità. Nemmeno il movimento che da il nome a questa formazione può dirsi davvero un movimento. Quanto accaduto in Italia ha ben poco in comune con l’esperienza spagnola degli indignados, con Gezi Park in Turchia, con Occupy Wall Street, insomma con tutto quello che fa di una mobilitazione collettiva un movimento sociale. Il quale è sempre e necessariamente in attrito immediato con la legalità esistente e con i fattori di iniquità che le sono propri, né si fa scrupoli di infrangere l’ordine pubblico. Non è questa la storia degli spettacoli, dei meet up e dei comizi che hanno finito con il dare vita a un partito entrato massicciamente nelle istituzioni, e affidato a un indiscusso “capo politico”. Partito ossessionato da una perenne sindrome maccartista, sempre meno dovuta a una idea maniacale di “purezza”, sempre più, invece, al monopolio preteso dai vertici sull’“intelligenza con il nemico”.

Certamente numerosi militanti 5 stelle hanno partecipato convintamente a movimenti reali con altre storie ed altre forme di militanza: dalla Val di Susa, alla Liguria, alla Puglia, dall’alta velocità, al gasdotto, alle trivellazioni nel mar Ionio. Ma i cedimenti e i compromessi a cui si è piegato il Movimento 5 stelle in tutti questi ambiti una volta giunto al governo dimostrano ampiamente quanto poco gli appartenessero e quanto l’attraversamento delle realtà di movimento fosse fatuo o strumentale.

Di Maio, seguendo l’abbaglio già preso dall’Espresso e altri media qualche settimana fa, si vanta di avere portato i gilet gialli al governo. Ma di gilet gialli, e cioè di uno scontro sociale duro e generalizzato contro le politiche economiche del governo e lo strapotere dell’esecutivo, in Italia non si è vista l’ombra. Né prima né dopo le “epocali” elezioni politiche del 2018. Anzi, da sempre, prima Grillo, poi i colonnelli del Movimento, hanno menato vanto di aver fatto da argine al rischio di esplosioni sociali. Se non ci fossimo stati noi – declamavano – il popolo sarebbe insorto in forme incontrollabili. E in un certo senso hanno avuto ragione. Grillo e i suoi hanno effettivamente funzionato da antidoto ai movimenti sociali e da sostituto dell’orizzontalità autonoma e della conflittualità che è loro propria. Questa neutralizzazione ha funzionato talmente bene da aver permesso al partito guidato da Di Maio di stringere l’alleanza con una destra garante dell’ordine proprietario e delle sue gerarchie senza alcun inasprimento del conflitto sociale nel paese.

Ora l’argine, logorato dal potere condiviso, pretende di confondersi con il fiume e di navigare tra le sue onde. Ma il gilet giallo indossato dal “capo politico” del Movimento non è meno patetico della divisa da vigile del fuoco indossata da Salvini. Il vicepremier pentastellato offre agli insorti francesi i servigi della piattaforma Rousseau. Come se, nonostante il nome usurpato del filosofo ginevrino, un movimento che conta interamente su se stesso e sulla propria autonomia, diffidente verso tutto e verso tutti, potesse mai affidare la sua comunicazione al management della Casaleggio. Tutti lo hanno capito, dal governo francese a quello tedesco agli analisti politici di ogni colore: il movimento dei gilet gialli è cosa diversa dal nazionalpopulismo largamente diffuso in Europa. E si rivolta, non più contro il vecchio e disfatto sistema dei partiti, ma contro un “governo del cambiamento” che, per quanto diverso (e non in tutto) da quello gialloverde in Italia ne condivide la retorica della “novità” e la prosopopea.

Se pure composito e non indenne dai germi che infestano le formazioni nazionalpopuliste europee, nel suo complesso il movimento francese sembra muovere in direzione diversa e per molti aspetti ad esse antitetica. Più che placare l’insoddisfazione della base dei 5 stelle, il riferimento del capo ai gilets jaunes potrebbe finire invece con l’acuirla. Da un confronto con le forme e la sostanza della rivolta d’Oltralpe il vertice pentastellato potrebbe infatti uscirne piuttosto male.

* Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO



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