Banche. M5S e Lega salvano Carige, come il PD aveva fatto per Venete e Mps

Il salva-banca. Il governo Conte ricalca il decreto varato per le venete e per Mps nel 2016. Previsto un fondo di 2 miliardi. Di Maio assicura: «Non abbiamo dato nemmeno un euro alle banche». Renzi: «Devono vergognarsi»

Andrea Colombo * • 9/1/2019 • Lavoro, economia & finanza • 318 Viste

L’imbarazzo è evidente, le repliche e le giustificazioni goffe, la paura che il peggio debba ancora arrivare elevatissima. Il decreto – firmato ieri sera da Mattarella – con cui il governo ha deciso lunedì, di corsa e quasi di nascosto, di garantire la salvezza di Carige segue passo passo le orme delle misure messe in opera da Renzi, Gentiloni e Padoan per salvare le banche venete e soprattutto il Monte dei Paschi di Siena.
I VICEPREMIER SALVINI e Di Maio strillano che non è così, che in questo caso il governo è stato attento a salvare i risparmiatori, non le banche. Di Maio pubblica addirittura un dettagliato elenco in 10 punti delle buone ragioni del governo e il primo recita «Non abbiamo dato un euro alle banche». Ma il tracciato è quello già noto e non c’è strillo che possa mascherarlo. Il decreto, peraltro, prevede nero su bianco la possibilità di ricorrere a un fondo di 2 miliardi di euro – oltre a una garanzia fino a 3 miliardi – per trarre in salvo nel 2019 l’istituto genovese e il terrore è proprio quello: dover passare dalle parole ai fatti sommando all’imbarazzo per aver dovuto imboccare un percorso ai tempi massacrato con critiche roventi lo smacco, assai peggiore, di dover mettere mano al portafogli, a spese dei contribuenti.L’eventualità della «ricapitalizzazione precauzionale», di fatto l’ingresso diretto dello Stato nella ricapitalizzazione come già avvenuto per Mps, è solo l’ultimo dei passaggi previsti dal decreto. Il governo spera di non doverci mai arrivare, ma se proprio si rendesse necessario, che almeno capiti dopo le elezioni europee. Sborsare un paio di miliardi per salvare una banca, dopo aver tanto strepitato e con le urne a un passo, non sarebbe certo auspicabile.

INTANTO I TRE commissari, Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener, hanno ieri ufficializzato la decisione di partire dal tentativo di una ricapitalizzazione a opera dei soci con lo Stato a fare da garante sull’emissione dei bond. A novembre il Fondo interbancario si era impegnato a sottoscrivere obbligazioni per 320 milioni di euro, ma solo in cambio di un aumento di capitale che i soci, grazie all’astensione determinante dei Malacalza, hanno rifiutato. A garantire il prestito sarà ora lo Stato, in vista di una fusione per la quale però al momento neppure si intravedono possibili acquirenti. In seconda istanza lo Stato potrebbe farsi carico dei crediti deteriorati, di fatto ricorrendo allo strumento creato all’uopo da Gentiloni e Padoan. Infine potrebbe entrare con capitali propri.

QUEST’ULTIMO PASSAGGIO è però denso di minacce. Prima di tutto perché non è affatto detto che la Ue conceda il semaforo verde e anzi i duri sono già sul sentiero di guerra. A differenza di Mps, infatti, Carige non riveste ufficialmente un importanza fondamentale per l’intero sistema bancario. Non è quindi certo che il decreto ottenga il visto della «Direzione generale concorrenza» della Commissione europea e in ogni caso il problema si riproporrebbe ove la «ricapitalizzazione precauzionale» diventasse realmente l’ultima spiaggia. Ancor più spinosi i problemi sul fronte interno, perché a quel punto il governo non potrebbe più sostenere di non aver scucito un euro.
Anche così, peraltro, le spine sono parecchie. E’ ovvio che Matteo Renzi, crocifisso prima di tutto proprio sulle crisi bancarie, si prenda una rivincita. «Devono vergognarsi per quel che hanno detto di noi per anni», incalza l’ex premier. Maria Elena Boschi non tarda a seguirlo: «Aver salvato la banca è giusto per i risparmiatori, ma se fossero seri ammetterebbero di aver fatto la stessa cosa che abbiamo fatto noi».

DARGLI TORTO È IMPOSSIBILE, ma il Pd si inoltra anche sul sentiero discutibile del «conflitto di interessi», denunciando i rapporti tra il premier Giuseppe Conte e l’avvocato Guido Alpa. Il mentore del premier è stato infatti sia nel cda Carige che in quello della Fondazione omonima, azionista di riferimento della banca. Alpa è inoltre legale di Raffaele Mincione, azionista di Carige, del quale lo stesso Conte sarebbe stato consulente. Palazzo Chigi replica negando ogni conflitto di interessi, dal momento che Conte e Alpa non sono mai stati soci e che Conte smentisce di essere stato consulente di Mincione. Questa è solo guerriglia propagandistica, però su altri fronti la partita Carige è molto più concreta e preoccupante per il governo.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This