Colombia. Autobomba contro la polizia, 21 uccisi, boccata d’ossigeno per Duque

Bogotà. Furgone con 80 chili di esplosivo contro la Scuola di polizia General Santander, Il presidente colombiano ne approfitta per chiudere il dialogo con l’Eln

Claudia Fanti * • 19/1/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 152 Viste

È un bilancio pesantissimo – al momento 21 morti e 68 feriti – quello dell’attentato realizzato ieri con un’autobomba alla Scuola di polizia General Santander di Bogotà. Tra le vittime anche l’autore dell’attacco, José Aldemar Rojas, alla guida di un furgone con 80 chili di esplosivo. «La Colombia si rattrista ma non si piega davanti alla violenza», ha detto il presidente Iván Duque decretando tre giorni di lutto nazionale. E ha aggiunto: «Respingiamo il terrorismo e siamo uniti nell’affrontarlo».

Dal «miserabile» attentato – della cui paternità non si sa ancora nulla – è evidente comunque che Duque cercherà di trarre il massimo vantaggio, nel disperato tentativo di risollevare la sua bassissima popolarità. Ampie fasce della popolazione sono infatti mobilitate contro il suo governo, a cominciare dagli studenti universitari, le cui manifestazioni contro i tagli all’educazione pubblica vanno avanti ormai da 3 mesi. Una nuova azione di protesta – contro le aggressioni da parte dell’Esmad, lo Squadrone Mobile Antisommossa della polizia colombiana – doveva svolgersi proprio il giorno dell’attentato, ma gli studenti hanno deciso di cancellarla, annunciando tuttavia una nuova mobilitazione per il prossimo 24 gennaio.

Ma non sono solo gli studenti a sfidare il governo, alle prese anche con la lotta contro una riforma tributaria che prevede l’aumento dell’Iva del 18% sui prodotti del paniere, e con le marce in diverse regioni del paese per ottenere la rinuncia del procuratore generale Néstor Humberto Martínez, coinvolto nello scandalo di corruzione legato all’impresa Odebrecht e accusato di inazione di fronte ai casi di assassinio di dirigenti sociali (già nove gli omicidi dall’inizio dell’anno).

In questo quadro, l’attentato costituisce una provvidenziale boccata d’ossigeno per il presidente, consentendogli di rivolgere al popolo colombiano il sempre efficace invito a serrare le fila contro il terrorismo: un richiamo all’unità nazionale sicuramente utile a distrarre la popolazione dalla crisi economico-sociale, dalla corruzione, dal genocidio dei leader sociali, dal tradimento degli accordi di pace.

Ma l’esplosione dell’autobomba potrebbe anche fornire a Duque il pretesto non solo per seppellire una volta per tutte il già calpestato accordo di pace con le Farc – da cui è giunta una chiara condanna dell’attentato – ma anche per chiudere ogni possibilità di dialogo con l’Eln, a cui il governo sta chiaramente addossando la colpa dell’atto terroristico, e magari avere un motivo in più per aggredire il governo Maduro, accusato proprio di proteggere l’ultima guerriglia rimasta attiva in particolare nell’ampia fascia di frontiera tra Venezuela e Colombia.

Non a caso, nelle reti sociali, c’è chi parla apertamente di un «falso positivo», un autoattentato al servizio del progetto militarista dell’estrema destra, nel più puro stile dell’era Uribe. Sono in molti a rilanciare l’hashtag #AdelantePorLaPaz, esigendo dal governo l’impegno a portare avanti il cammino di pace.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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