Dopo la guerra, esecuzioni e processi sommari: così ci si sbarazza delle «donne dell’Isis»

Il duro prezzo pagato dalle mogli dei miliziani islamisti nei tribunali di Iraq e Siria del nord. Almeno 4.500 le donne arrivate da tutto il mondo. I Paesi di origine accolgono solo i figli

Michele Giorgio * • 13/1/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 127 Viste

Solo una minima parte di queste donne si è unita allo Stato Islamico per ragioni ideologiche. Tutte le altre hanno seguito i mariti divenuti mujahedin o sono state costrette a sposarli. Oggi che, almeno territorialmente, non esiste più lo Stato Islamico proclamato nel 2014 nel Nord della Siria e dell’Iraq da Abu Bakr al Baghdadi, le donne dell’Isis, così come sono comunemente chiamate, pagano a caro prezzo, anche con la vita, scelte che molto spesso altri hanno fatto al loro posto.

Sono almeno 4.500 le donne giunte dopo il 2014 in Siria e Iraq da tutto il mondo islamico e da diversi Paesi occidentali, con l’intenzione di risiedere con il resto della famiglia nei territori controllati dagli uomini del «califfato». Molte di loro sono vedove e hanno figli piccoli. Una presenza «ingombrante» di cui i governi vogliono sbarazzarsi, in ogni modo.

Le «occidentali», giunte dall’Europa, rischiano relativamente di meno. Talvolta tornano nei Paesi d’origine dove, dopo aver affrontato un procedimento penale, riescono a cavarsela con qualche anno di carcere.

Invece le «arabe» in Iraq e nei tribunali nel nord della Siria, fuori dal controllo di Damasco, subiscono un processo sommario, che in media dura una decina di minuti raccontano i giornali online mediorientali. In Iraq dai campi di detenzione le donne vengono portate davanti a tre giudici. La corte pronuncia il nome della imputata per il reato di terrorismo e indica il suo paese d’origine.

Dopo un rapido esame dei documenti, i giudici si rivolgono alla donna, chiusa in una gabbia sorvegliata da poliziotti, chiedendole se si dichiara colpevole o innocente. Non viene letto nessun atto di accusa e non c’è dibattimento o interventi degli avvocati della difesa. Nell’aula non c’è il pubblico, assenti i rappresentanti del Paese di cittadinanza dell’imputata. Neanche l’ombra di membri di organizzazioni per i diritti umani.

Se è fortunata la donna sarà condannata all’ergastolo, ma di solito la punizione è la morte per impiccagione, sentenza che viene eseguita immediatamente. I figli in un attimo diventano orfani di entrambi i genitori: il padre morto quasi sempre in combattimento o in un bombardamento, la madre impiccata per aver vissuto nello Stato Islamico. Quindi sono mandati nei Paesi di origine dei genitori che si dichiarano pronti ad accoglierli.

Secondo il Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione e della violenza politica del King’s College di Londra, oltre il 10% degli stranieri che si sono uniti all’Isis erano donne. Alcune erano «schiave del sesso» a disposizione dei combattenti. Altre erano solo mogli che accudivano i figli.

Lo scorso agosto, 1.700 donne dell’Isis, con i loro bambini, sono state catturate nella regione di Tal Afar, in Iraq, dalle forze curde peshmerga e portate a Baghdad. I bambini non accompagnati dalla madre sono stati mandati agli orfanotrofi.

Gran parte delle donne sono ancora detenute, in attesa di identificazione o del processo. Tra queste c’è Nuh Suwaidi, uno dei casi più noti. La donna 24enne lasciò Colonia, in Germania, per seguire il marito jihadista Mahmoud, prima in Iraq e poi in Siria. Ha raccontato che giunta in Turchia fu fatta entrare in Iraq.

«Non sapevo nemmeno dove fossi – ha raccontato – Mio marito è partito due giorni dopo il nostro arrivo e si è unito a un gruppo di militanti. Non sapevo dove stesse andando o per quanto tempo. È tornato dopo una settimana per un giorno, e questo si è ripetuto per un anno. Nel frattempo quelli dell’Isis mi hanno insegnato a sparare e hanno anche pubblicato una mia foto ma io non mai partecipato ad azioni armate». Suwaidi adesso teme di essere condannata a morte nonostante sia cittadina tedesca.

I giornali online arabi spiegano che la sorte di molte di queste donne dipende dall’atteggiamento dei loro Paesi d’origine. In molti casi accettano di far rientrare solo i minori, lasciando le madri al loro destino di fronte ai giudici in Iraq e nel nord della Siria.

La Russia, il Ciad e l’Indonesia sono gli Stati più clementi e oltre ai bambini spesso sono pronti ad accogliere anche le madri che poi saranno processate. Sono almeno 1.200 i bambini nati nel territorio controllato dal «califfo» al Baghdadi in territorio siriano.

* Fonte: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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