Il finto “reddito” del governo obbliga ad accettare lavori ovunque

Workfare all’italiana. Il cosiddetto “reddito di cittadinanza” è in realtà una mobilità forzata dei poveri. Un provvedimento feroce del governo Lega-Cinque Stelle assegna sgravi alle imprese e scarica i costi dell’emigrazione sulle spalle delle famiglie

Roberto Ciccarelli * • 8/1/2019 • Welfare & Politiche sociali • 374 Viste

La protesta della regione Piemonte che trova “irrealistica” l’attuazione della riforma entro aprile 2019

Vorrebbero impedire di delocalizzare le aziende, ma delocalizzano le famiglie più povere. Tutto per un sussidio chiamato «di cittadinanza». In questa cornice obbligare un povero che vive in nuclei familiari senza minori e senza disabili a trasferirsi di 500 chilometri, e oltre, dalla città di residenza se non riceve un’offerta di lavoro «congrua» dai centri per l’impiego dopo un anno dev’essere sembrata una condizione vessatoria eccessiva anche a coloro che, in queste ore, stanno definendo il decreto che il governo dovrebbe approvare giovedì.

Una delle norme più violente concepite da questa politica di attivazione dei poveri assoluti disoccupati, volta a trasformare il povero senza lavoro in un lavoratore povero, è stata ridimensionata (è un eufemismo) nell’ultima bozza del decreto. Tra il sesto e il diciottesimo mese di fruizione del «reddito di sudditanza» l’offerta potrà arrivare in un raggio di 250 km.

Successivamente, il beneficiario dovrà accettarne una su tutto il territorio italiano. Pena la perdita del sussidio e tre mesi di integrazione «a titolo di compensazione per le spese di trasferimento sostenute». Resta dunque la condizione di accettare un’offerta entro 100 km dalla città di residenza se si è disoccupati da 6 mesi. Condizione anch’essa abnorme, considerando il fatto che nel diritto del lavoro la distanza massima entro la quale il lavoratore deve muoversi è di 50 km o 80 minuti mediante mezzi pubblici. In questi casi il lavoratore può rifiutare di spostarsi e nel caso in cui si configuri il licenziamento involontario ha diritto ai trattamenti integrativi come la Naspi (al momento risulta compatibile con la percezione del «reddito»).

Non essendo «lavoratori», ma marginali al mercato del lavoro – o comunque in posizione gravemente vulnerabile – ai poveri assoluti con un reddito Isee inferiore ai 9.360 euro annui è negata una tutela, tra l’altro confermata anche dall’articolo 2103 del codice civile e da una sentenza della Cassazione (1074/1999). Pensare di risolvere il problema con tre mesi in più di sussidio, o con un’integrazione non scontata in sede di contratto di assunzione è grave per la dignità di queste persone. È il sintomo di un progetto che rischia di scaricare i costi della mobilità forzata sulle famiglie povere. Ed è una scelta punitiva ispirata a una visione autoritaria del governo dei poveri. Non va dimenticato che per questi poveri «occupabili» le aziende percepiranno denaro pubblico pari alla differenza fra 18 mensilità e il sussidio già goduto. In cambio il beneficiario dovrebbe essere assunto a tempo pieno e indeterminato e non essere licenziato per 24 mesi. Sono anche previsti incentivi all’avvio di nuove iniziative imprenditoriali, con un «bonus» di 4.680 euro. Poveri, delocalizzati, ma pronti ad avviare «start up». È la conferma che il povero non deve solo «attivarsi», ma può trasformarsi in 12 mesi in un imprenditore, personaggio centrale anche in questa visione dell’economia del valore di se stessi \[self worth economy\] a cui è ispirato il sistema.

La ferocia sociale del provvedimento che sta prendendo corpo potrebbe abbattersi su una platea potenziale di beneficiari elevata a 4,9 milioni di persone e, per il governo, coinvolgerebbe il 5% degli stranieri in Italia. Si è parlato prima di 4,3 milioni di italiani e stranieri comunitari e extracomunitari residenti da 10 anni. Ora siamo a un passo dai 5 milioni e 50 mila «poveri assoluti» censiti dall’Istat. Il governo si prepara ad affrontare ricorsi sulla costituzionalità del decreto. Probabilmente per questo ha aumentato la platea. Tuttavia qualcosa nei calcoli non torna. Per l’Istat nel 2017 l’incidenza delle famiglie di soli stranieri raggiungeva il 34,5% del totale.

Le regioni nel frattempo protestano. Non sono state coinvolte nella redazione del decreto sebbene abbiano le competenze sulle politiche del lavoro che dovrebbero essere investite da una riforma epocale che è spiegata sommariamente nel testo. Dal Piemonte gli assessori Pentenero e Ferrari sostengono che è «irrealistico» che questo possa accadere già da aprile, come lo è la creazione di piattaforme informatiche affidate al professore del Mississippi Mimmo Parisi, prossimo presidente dell’Anpal. In vista delle europee, il «reddito» è un atto di fede. Dopo il voto, qualcuno ci penserà.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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