Kenia, di Silvia Romano nessuna traccia

Kenya. Sono passati 38 giorni dal rapimento della cooperante italiana. La polizia usa droni e pattugliamenti, ma i locali non aiutano più. Nelle aree remote non si investe e la sanità è assente: istituzioni viste come nemiche

Fabrizio Floris * • 2/1/2019 • Internazionale • 467 Viste

Lungo la faglia che separa la città dalla campagna, il progresso dai selvaggi, gli impiegati dai pastori, il dio denaro è l’unico medium che ritorna e annoda i fili di un rapimento.

E mentre in occidente la campagna rappresenta la tradizione, la conservazione e la chiusura (la destra), in Kenya è sinonimo di abbandono e, quando capita, di operazioni compassionevoli e casuali. Vasti territori che il governo non frequenta e non conosce.

Tant’è che nel caso di Silvia Romano i militari che si sono messi sulle sue tracce hanno chiesto di essere «accompagnati» dalla popolazione locale. Tutto questo si intreccia con una seconda faglia che riguarda la relazione centro/periferia. Diversamente dall’occidente, la periferia qui respira l’aria della città e si sente parte del progresso, non è antisistema, ma brama di farne parte.

L’elitè del Paese appare come un gigante con un occhio solo, vede solo la città come fonte del progresso, ha la supremazia senza la comprensione, domina il Paese senza comprenderlo. Le politiche sono scollegate dai bisogni della popolazione e funzionali al benessere della città: così, ad esempio, non ci sono investimenti nelle aree remote e non c’è una politica che sostenga l’agricoltura e i prezzi dei prodotti agricoli. Il sistema sanitario è pressoché assente e non esiste la protezione; quindi o ti difendi da solo o subisci e in qualche caso muori.

Questo genera una proliferazione delle armi in un mix di difesa e attacco dove non c’è una chiara linea di demarcazione tra le armi come strumento di difesa e le armi come mezzo di attacco.

In questo intreccio è entrata la vita di Silvia Costanza Romano, rapita da un gruppo di criminali comuni a cui la polizia ha pensato di dare la caccia con i droni e i pattugliamenti, convinta di risolvere la questione in pochi giorni, ma poi forse è entrato qualche altro attore in scena. Non a caso c’è stato l’arresto di un alto ufficiale del Kenya Wildlife Service, come se la banda fosse stata sua volta catturata da qualcuno di più forte. Ha smesso di scappare di notte nella foresta e si è messa sotto la protezione della comunità. In effetti è un po’ difficile muoversi per settimane nella foresta tra green mamba, come cacciatori e raccoglitori: c’è un problema di approvvigionamento di cibo e acqua.

Così la polizia ha messo in campo l’intelligence, una taglia di quasi 10mila euro, ma dopo una prima fase di collaborazione con le comunità Orma e Wardei qualcosa si è rotto: i militari hanno compiuto un blitz pensando di andare «a colpo sicuro» nel villaggio di Chari, ma non hanno trovato nulla. Così hanno arrestato praticamente tutti gli abitanti sentendosi presi in giro: le informazioni pare siano state date volutamente in modo ingannevole.

La gente non si è più sentita sicura e ha visto gli agenti come nemici da cui proteggersi: ritorna il tema dello Stato e del senso di non appartenenza al Kenya per le popolazioni pastorali del Paese. E siamo arrivati al 38esimo giorno di prigionia per una ragazza che voleva solo aiutare i bambini a studiare

* Fonte: Fabrizio Floris, IL MANIFESTO

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