La Procura di Torino persegue i giovani italiani combattenti contro l’Isis

La Procura di Torino persegue i giovani italiani combattenti contro l’Isis

Prevede revoca di patente e passaporto, divieto di dimora e di assemblea. Intervista a Jacopo Bindi: «Non c’è un processo perché non c’è un reato: è una valutazione politica»

La notifica è arrivata giovedì: la procura di Torino ha richiesto la sorveglianza speciale per Jacopo, Eddi, Davide, Paolo e «Jack», cinque ragazzi che in questi anni hanno raggiunto la regione a maggioranza curda di Rojava, in Siria, per combattere lo Stato Islamico.

Non è previsto un processo perché non è previsto un reato. Il 23 gennaio la pm Pedrotta si presenterà al Tribunale di sorveglianza di Torino per chiedere l’accettazione della richiesta. Se passerà, i cinque saranno sottoposti a una dura restrizione della libertà individuale sulla base di quella che la Digos – che ha svolto le indagini – ritiene «pericolosità sociale».

Una misura restrittiva di epoca fascista, introdotta dal Codice Rocco e poi rivista nel tempo (l’ultimo «aggiornamento» risale al 2011), che avalla un’inquietante deriva: la limitazione della libertà, da un minimo di un anno a un massimo di cinque, in assenza di un reato, sbarre invisibili di una prigione fuori dalla prigione.

Ne abbiamo parlato con Jacopo Bindi, uno dei destinatari della richiesta della pm: «Qualcosa di mai visto prima, totalmente inatteso», ci dice.

Vi hanno notificato le motivazioni dietro la richiesta?

Nel documento si parla di Ypg (le unità di difesa popolare curde, ndr) che né l’Italia né la Ue considerano organizzazione terroristica. La pm afferma che ne siamo stati membri e che in Siria abbiamo imparato a usare le armi. In passato siamo stati segnalati dalla polizia, abbiamo avuto denunce penali e abbiamo precedenti: siamo parte del movimento NoTav e in passato dell’Onda, abbiamo preso parte ad azioni antifasciste e siamo impegnati in movimenti sociali per il diritto alla casa e allo studio.

La procura, dunque, «collega» le due cose: attività politica qui e uso delle armi lì.

Dicono che con le Ypg abbiamo imparato a usare armi e quindi siamo pericolosi. Non c’è un processo, non devono dimostrare l’esistenza di un reato: compiono un mero giudizio sulla nostra personalità e la presunta pericolosità sociale, non basato su fatti precisi. Tra l’altro hanno commesso degli errori: Eddi non era parte delle Ypg, ma delle Ypj, l’unità femminile, un corpo autonomo rispetto a quello maschile. E io, sebbene sarebbe stato un onore, non ho mai fatto parte delle Ypg o dell’organizzazione militare di Rojava. Ero nelle strutture civili della rivoluzione, anche se in situazione di guerra. Ho scritto degli articoli su quanto accadeva, per il manifesto, e quegli articoli sono stati considerati la prova dell’appartenenza alle Ypg. Stavo facendo del giornalismo.

Quali misure restrittive prevede la sorveglianza speciale?

Revoca della patente e del passaporto, divieto a partecipare a riunioni pubbliche o assemblee e a incontrare gruppi di più persone, divieto di dimora.

In alcuni casi è previsto l’obbligo di trovarsi un lavoro, di restare a casa in determinate ore del giorno e della notte. E in tutti, il «libretto rosso».

Una sorta di schedatura, il «libretto rosso» va portato con sé ed esibito su richiesta.

Farete appello se la richiesta sarà accolta?

Sicuramente. A differenza di altre misure o di un normale processo, diventa subito attiva già prima dell’eventuale appello. Nel frattempo ci muoveremo per evitarla: oggi terremo una conferenza stampa a Torino e chiederemo ai cittadini italiani solidarietà e condanna verso questo tipo di atteggiamento. Il 23 renderemo questa protesta concreta con un presidio davanti al Tribunale di Torino.

Ritenete si tratti di un atto politico?

È stata compiuta una valutazione politica. È schizofrenia, un caso di bipolarismo dello Stato. Da un lato l’Italia considera l’Isis gruppo terroristico che porta morte anche in Europa; molti politici fanno campagna sfruttando la paura del terrorismo, spesso attaccando senza ragione i migranti e gli arabi. Dall’altra colpisce chi è andato a combattere l’Isis, chi ha rischiato la vita. All’improvviso diventiamo un problema e la nostra scelta una ragione per punirci. Eppure, al di là della guerra, Rojava propone un’alternativa reale di democrazia, libertà delle donne, pace, ecologia, relazioni economiche e sociali diverse, un esempio unico in Medio Oriente e nel mondo. Ma probabilmente è una scusa per colpire il movimento NoTav e chi lotta per difendere il territorio della Val di Susa e per migliorare le condizioni di vita a Torino, quelle dei lavoratori e degli studenti, di chi ha problemi con la casa.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

photo: Kurdishstruggle [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons



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