Regno unito, la disfatta di Theresa May: Brexit al buio, governo in tilt

L’accordo negoziato a Bruxelles è stato respinto dal Parlamento con 432 voti contro 202. Un’occasione storica per il Labour targato Corbyn che stasera presenterà la mozione di sfiducia

Leonardo Clausi * • 16/1/2019 • Europa • 226 Viste

LONDRA. La più grande sconfitta della storia del parlamento più antico. A quarantacinque giorni dalla data fatidica, quel 29 marzo che si avvicina inesorabile, la sentenza per Theresa May, il suo governo e tutta la Gran Bretagna è arrivata. Ed è pollice verso. Ieri si votava sull’accordo di ritiro dall’Ue: la Brexit “leggermente”, di May alternativa centrista alla Brexit liscia (remain/secondo referendum) e a quella gassata (leave), Westminster non l’ha bevuta. Sconfitto per 230 voti (432 a 202), il governo May è allo sbando. Jeremy Corbyn ha finalmente presentato la sua mozione di sfiducia, si vota oggi alle sette di sera.
È STATA UNA NOTTE FATALE dopo otto giorni di dibattito e una serie di emendamenti poi ritirati all’ultimo momento: ce ne doveva essere anche uno di Jeremy Corbyn, anch’esso poi ritirato. Gli altri due sono caduti malamente per cui la votazione chiave è arrivata prima del previsto. Mentre i deputati erano serrati nella bolla di Westminster, sostenitori dell’una e dell’altra fazione si assiepavano attorno all’edificio, sventolando bandiere e intonando slogan, come succede ormai da settimane, mentre Bruxelles attendeva a sua volta con febbrile attenzione.La questione per May non era vincere ma perdere in modo sufficientemente lieve da permettere un cosiddetto “piano B”: tornare a Bruxelles per ottenere qualcosa in più per poi riprovarci in parlamento. Ma le concessioni che Theresa May era riuscita a strappare all’Europa sono state accolte a Westminster tutt’al più con sufficienza se non con dileggio.

Il voto “significativo” di ieri è stato l’appuntamento più importante dal 26 giugno del 2016, quando il 52% contro il 48% del Paese votò l’uscita dall’Ue. Da allora è stato un correre sul posto, in una situazione di sostanziale paralisi che diventava sempre più vischiosa man mano che il tempo passava. May, che doveva unire il Paese dopo la frattura del referendum, lo ha invece portato alla vigilia del fatale appuntamento più diviso che mai, riflettendo la divisione interna del partito conservatore. Aveva concluso la giornata di lunedì con un appello disperato ai suoi backbenchers, i colleghi di partito senza incarichi di governo, mentre i capigruppo si adoperavano febbrilmente per scongiurare la sconfitta annunciata. Tutto inutile: il suo governo è arrivato all’appuntamento politicamente sfilacciato, con un’emorragia di dimissioni fra cui ben tre ex ministri per Brexit. Il suo partito è ormai dilaniato da questa faida interna fra eurofili ed euroscettici che si è ripercossa su tutto il Paese.

Un esito, si diceva, addirittura peggiore delle previsioni, già abbondantemente negative dall’inizio. La madre di tutte le sconfitte poneva essenzialmente un problema: quanto dura sarebbe stata. Quello era il criterio di valutazione secondo cui misurare le possibilità da percorrere in seguito. Ed è stata assai peggiore di quella di Ramsay MacDonald (il primo Primo ministro laburista della storia) nel 1924, alla quale bisogna risalire per trovare un governo battuto altrettanto malamente (fu sconfitto per 166 voti).

MAY HA PEGGIORATO una situazione già complessa con la sua interpretazione oltranzista dell’esito referendario, consegnandosi ostaggio degli euroscettici del suo partito. La stortura costituzionale che vede un governo egemonizzato dall’ansia del Leave contrapposto a un Parlamento prevalentemente orientato verso il Remain ne è uscita esasperata. Fornendo l’occasione storica – forse unica – al Labour targato Corbyn. Che ora punta alle elezioni anticipate. Il leader laburista ha finalmente varcato il Rubicone della mozione di sfiducia, che sarà discussa oggi. Ha rifiutato di consegnarsi ostaggio ad una delle due fazioni, respingendo l’abbraccio mortale del Remain, decisamente egemonizzato dall’ala moderata del partito, che utilizza il Remain politicamente per scalzarlo dal potere. Ed è fin troppo facile dimenticare che in mezzo alle ormai infinite turbolenze che scuotono l’ex-Paese più stabile d’Europa, la sua avversatissima leadership del partito che ha contribuito in prima persona alla distruzione della credibilità e alla squalificazione della socialdemocrazia europea è in sé stessa un evento straordinario.

* Fonte: Leonardo Clausi, IL MANIFESTO

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