SeaWatch. Dopo 12 giorni i 47 migranti possono sbarcare, ma a Catania

 Fino a sera l’ong ancora alla fonda a Siracusa per problemi all’ancora

Adriana Pollice * • 31/1/2019 • Immigrati & Rifugiati • 529 Viste

«Missione compiuta» esultava ieri il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Dal Viminale nel pomeriggio è arrivata l’indicazione di indirizzare la Sea Watch 3 nel porto di Catania per lo sbarco: «Una scelta determinata dalla presenza di centri ministeriali per l’accoglienza di minori», la spiegazione. Minori che dovrebbero essere 15, tutti non accompagnati tra i 14 e i 17 anni. L’arrivo, previsto intorno a mezzanotte. Per i maggiorenni la destinazione è l’hotspot di Messina.

I ragazzi a Catania sarebbero potuti arrivare in pullman così sorge il sospetto che il Viminale li abbia voluti dirottare nella città sede della Direzione distrettuale antimafia, competente a indagare per reati come il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, quello che il ministro dell’Interno aveva ipotizzato a carico del comandante della Sea Watch 3 ma scartato dal procuratore siracusano Fabio Scavone, che aveva già chiarito di non aveva individuato reati. Il procuratore catanese Carmelo Zuccaro, invece, ha avviato le inchieste sulle Ong e ha anche messo agli atti la posizione pro Salvini nell’inchiesta sulla Diciotti.

La macchina della prefettura si è subito attivata ma ieri sera, intorno alle 20, non era ancora arrivata alcuna comunicazione ufficiale a ospiti ed equipaggio della nave, fermi alla fonda al largo di Siracusa. Per di più, sulla SeaWatch3 l’equipaggio avrebbe constatato problemi con l’ancora.

I 47 naufraghi sono stati salvati la mattina del 19 gennaio in acque internazionali al largo della Libia: l’odissea intorno al Mediterraneo in tempesta, in attesa di un porto di sbarco, è durata 12 giorni. I medici saliti a bordo hanno raccontato di condizioni psicologiche difficili eppure a loro è andata meglio rispetto al salvataggio precedente, durato 19 giorni.
Il viaggio per i minori è iniziano nei paesi d’origine: Senegal, Guinea Bissau e Sudan. Sono partiti da soli, non si conoscevano prima di imbarcarsi verso l’Europa. Tre hanno raccontato della prigionia in Libia, addosso hanno i segni delle torture: «Ci picchiavano senza motivo con violenza e crudeltà. Volevano soldi». Un ventiseienne del Gambia ha perso un occhio: i trafficanti gli hanno sfigurato il volto con il coltello, volevano il riscatto dalla sua famiglia e per questo gli hanno lasciato una lunga cicatrice. Per i medici tutti hanno riportato «choch psicologici importanti». I mediatori hanno raccolto le prime testimonianze, «il grande dolore del distacco dalla famiglia», «il viaggio drammatico». Quasi tutti hanno un incubo ricorrente: «Essere costretti a tornare in Libia». Quando la nave dell’Ong ha avuto assegnato il posto alla fonda, a un chilometro da Siracusa, hanno pensato di avercela finalmente fatta ad arrivare in Europa e invece niente sbarco, è ricominciata l’attesa.

C’è chi ha smesso di parlare per la depressione, chi ha cominciato a rifiutare il cibo. Quando lunedì sono arrivati i bagni chimici e nuovi sacchi a pelo la situazione è sembrata ai 47 disperata, temevano di vedere allontanarsi sempre di più la possibilità di toccare terra. Ai deputati saliti sulla nave, nonostante il braccio di ferro con il Viminale, hanno mostrato le cicatrici. L’intervento della Garante per l’Infanzia di Siracusa ha innescato la svolta. Il Tribunale per i minorenni di Catania, su richiesta della procura minorile, ha disposto ieri, per ciascuno dei 15, «provvedimenti di nomina di tutore» a loro tutela, come previsto dalla disciplina interna e dalla normativa internazionale sui minorenni non accompagnati. L’atto è propedeutico al loro sbarco: sul suolo italiano per loro si metterà in moto la macchina dell’accoglienza, per i minori non si applica il dl Sicurezza.

Johannes Bayer, ceo della ong, si dice «felice per i nostri ospiti che il calvario stia ora arrivando al termine, ma rimane un giorno vergognoso per l’Europa. I diritti umani non sono negoziabili, sulle persone non si dovrebbe mercanteggiare».

* Fonte:  Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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