Workfare/2. La caccia e la punizione del disoccupato in Francia

Viaggio in un paese dove la ricerca di un lavoro può trasformarsi anche in un talent show

Roberto Ciccarelli * • 30/1/2019 • Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 354 Viste

In attesa della riforma dei centri per l’impiego, contenuta in quello che Cinque Stelle e Lega chiamano impropriamente “reddito di cittadinanza”, inchiesta su un sistema ispirato agli stessi principi che controlla e punisce chi è senza un impiego. Un’indagine necessaria per capire cosa ci aspetta in Italia con le “politiche attive del lavoro”

Il 30 dicembre 2018 sono stati pubblicati sul Journal officiel, l’analogo francese della Gazzetta ufficiale in Italia, i venti decreti attuativi della legge sull’«avvenire professionale». Questa riforma dal titolo paradossale, voluta da Emmanuel Macron e votata l’estate scorsa, contiene una bastonata ai disoccupati, beneficiari di un sussidio, seguiti dai centri per l’impiego (Pôle emploi). Nel decreto sui «diritti e gli obblighi» sono previste le stesse sanzioni a cui saranno sottoposti, da aprile 2019 in poi in Italia, i poveri assoluti e i disoccupati che faranno domanda per quello che Cinque Stelle e Lega chiamano impropriamente in Italia «reddito di cittadinanza». In realtà, si tratta di un sussidio vincolato ad attività gratuite per otto ore a settimana, agli sgravi per le imprese e all’obbligo di accettare il lavoro dai centri per l’impiego. Il «reddito di cittadinanza» è l’opposto: un diritto sociale fondamentale della persona, indipendente da obblighi.

TRE SETTIMANE DOPO lo stanziamento di 10 miliardi di euro per rispondere alle rivendicazioni dei «gilet gialli» Macron si è coperto a destra. La punizione contro i presunti «fannulloni» è uno dei cavalli di battaglia della destra gollista. Il governo Philippe, per mezzo della sua ministra del lavoro Muriel Pénicaud, già manager della Danone, ha deciso di radiare dagli elenchi per un mese il disoccupato che non si presenta a un appuntamento con il suo «tutor» al centro per l’impiego. Anche il sussidio sarà sospeso per trenta giorni. La punizione fino ad oggi più severa, due mesi, è stata dimezzata. Se il disoccupato commetterà una seconda infrazione il sussidio sarà cancellato (e non più sospeso) per due mesi.

IL GOVERNO FRANCESE ha deciso inoltre l’eliminazione di una serie di criteri che regolano le «offerte ragionevoli di impiego». Tutto sarà demandato alla contrattazione individuale tra il richiedente lavoro e il centro per l’impiego. Considerata la sproporzione del potere tra l’uno e l’altro, si teme la creazione di un sistema più arbitrario che costringerà il disoccupato ad accettare un lavoro lontano dalle sue aspirazioni, qualifiche e stipendio precedente. Sono questi i criteri che definiranno, anche in Italia, le offerte di lavoro «congrue». Al rafforzamento dei controlli sui disoccupati dovrebbe seguire l’estensione del sistema di assicurazione contro la disoccupazione a nuove categorie. Il governo mira così ad estendere i controlli sugli esclusi. In questo sistema la protezione sociale coincide con la prevenzione di una potenziale devianza attribuita ai beneficiari.

LA VOLONTÀ DI PUNIRE può trasformarsi in una caccia al disoccupato. Nel 2017, secondo i Pôle emploi, l’86% degli iscritti erano alla ricerca attiva di un posto di lavoro, se necessario anche dopo una chiamata all’ordine. Solo il 14% è stato sanzionato fino alla radiazione. Una percentuale ristretta, dunque. Non ci sarebbe stato bisogno di rincarare la dose. Eppure le regole sono state irrigidite per tutti, colpiti dallo stesso generico sospetto. Insieme all’obbligo ad accettare un lavoro che non risponde necessariamente ai criteri della ricerca del disoccupato, questo è il rischio in cui incorre chi applica lo schema sussidi pubblici in cambio dell’accettazione del lavoro.

«NON DARÒ NULLA ai fannulloni, ai cinici e agli estremisti» ha detto Macron. «Una stazione è un luogo dove si incontrano persone di successo e persone che non sono niente» ha aggiunto un’altra volta. «Invece di fare casino, farebbero meglio a capire perché non riescono a trovare lavoro» ha detto a chi protestava nella Corrèze. E poi: «Signore, se vuole un lavoro, basta attraversare la strada e trovarlo». A molti queste dichiarazioni sono sembrate espressioni di un disprezzo di classe. Rientra nello stile di chi ha promesso in campagna elettorale di rafforzare le sanzioni contro i disoccupati. In realtà, sono in molti ad accreditare il pregiudizio anti-poveri contro chi usa il sussidio per pagarsi una «vacanza» alle spalle della collettività. Lo pensano, anche in Italia, maggioranza e quasi tutta l’opposizione. L’ostentazione di un apparato repressivo contro presunti approfittatori, quelli che restano «sul divano», è ricorrente. Tuttavia l’atteggiamento repressivo di Lega e Cinque Stelle contro i «furbetti» è unico in Europa. Hanno promesso fino a sei anni di carcere in caso di dichiarazioni false.

LA PROMESSA della punizione risponde al progetto di trasformare la vita del disoccupato in quella di un soggetto «occupabile», disponibile a rispondere alle esigenze dell’impresa in ogni momento. La sua esistenza è scandita da scadenze pressanti, almeno in teoria. In Francia non può rifiutare più di due «offerte di lavoro ragionevoli». Se lo facesse, perderebbe il sussidio. La norma, stabilita negli anni della presidenza di Nicolas Sarkozy (2007-2012), è stata raramente applicata per la difficoltà di fare incontrare la domanda e l’offerta di lavoro. Sarà così anche in Italia dove il numero massimo di offerte di lavoro è stato portato a tre. Una decisione, poco realistica, fondata sulla presunzione che sia possibile disporre di 18 milioni di offerte di lavoro in 18 mesi, tre per ciascuno degli individui che appartengono a una platea potenziale di quasi 5 milioni di «poveri assoluti».

ABBREVIARE IL TEMPO della ricerca, incalzare il disoccupato con offerte di lavoro, con il rischio reale di imporgli un’occupazione qualsiasi, questa è la regola in tutti i paesi dove è applicato il sistema del «workfare». Il tempo scorre, lo stato vuole «risparmiare», i politici vogliono dimostrare che l’occupazione aumenta. L’obiettivo è raramente raggiunto, perlomeno in assenza di una domanda di lavoro. E, anche in questo caso, è complicato che la domanda incroci l’offerta di lavoro. In caso di allungamento dei tempi della ricerca del lavoro, o di fallimento, di chi è la responsabilità? Del disoccupato. O dei centri per l’impiego che devono rispettare i criteri di «produttività»: collocare più disoccupati possibili, nel più breve tempo possibile. Anche questo accadrà in Italia: oltre agli incentivi alle imprese, il nuovo sistema prevede premi di produzione. L’idea è mettere in concorrenza i centri per l’impiego. Il rischio è adottare iniziative utili più alle carriere nella burocrazia che ai disoccupati. è quello che sta avvenendo in Francia dove sono aumentati i posti di lavoro tra chi controlla la condotta dei disoccupati. Generalizzato nel 2015, sotto la presidenza di François Hollande, il controllo della ricerca dell’impiego occupa oggi 600 agenti. È previsto un aumento fino a mille persone. Questa tendenza è il sintomo della trasformazione dei Pôle emploi: nati per accompagnare i disoccupati nella ricerca del lavoro, hanno assunto anche il ruolo di giudici e poliziotti.

IN FRANCIA, oltre alla caccia al disoccupato, sono state elaborate tecniche per trasformarli in una start up e la ricerca del lavoro nella simulazione di un gioco sul modello degli Hunger games. La ricerca del lavoro è diventata una performance auto-imprenditoriale da svolgere come in una gara televisiva. A Lievin è stata organizzata una caccia al tesoro. A Lens è stato organizzato un corso di orientamento sul modello del libro Il codice da Vinci. Non è mancata la gara culinaria: Top Chef. Nell’Alta Francia, regione che ha accorpato la Piccardia con quella del Nord-Passo di Calais, i disoccupati hanno accettato di partecipare a una selezione sul modello di un talent show: The Voice. Seduti sulle sedie rosse, tre reclutatori voltavano le spalle al candidato. Il cercatore di lavoro era in piedi, al centro della stanza e ha risposto alle domande. Il cacciatore di teste, sedotto da una risposta, si è girato, ha premuto un bottone e ha fatto «vincere» il candidato. This is the job, questo il nome del programma, è stato sospeso.

IL PÔLE EMPLOI di Mourepiane, a Marsiglia, ha organizzato un escape game. Si è voluto così spingere i disoccupati ad uscire dalla logica del curriculum vitae, giudicato troppo rigido, e accettare di essere «testati» nella simulazione di una situazione reale in mare. Visto che i mestieri del settore marittimo sono in espansione, è stato scelto di porsi nella situazione dell’avaria di una nave in un mare in tempesta. Chi si è comportato all’altezza, ha ricevuto un punteggio superiore. I giochi di ruolo, e la sfida a risolvere enigmi nel tempo più breve possibile, sono ispirati dai manuali di gestione e selezione delle risorse umane di nuova generazione. Nei centri per l’impiego possono trasformarsi in un circo.

*** I «Pôle emploi» e il governo della forza lavoro
In Francia l’idea del «centro per l’impiego» è nata da Théophraste Renaudot. Tra il 1628 o 1629 Renaudot inaugurò un «ufficio indirizzi» con il benestare del Re. Voleva creare un luogo dove accogliere offerte e richieste di lavoro, contrastare la povertà e il vagabondaggio senza l’aiuto della Chiesa, della carità tradizionale o della prigione. È nato così il governo dei lavoratori poveri, una delle prerogative della sovranità dello Stato che obbliga i disoccupati a registrarsi e controlla la popolazione. I pôle emploi sono nati nel 2008 dalla fusione tra l’Agenzia nazionale del lavoro e la rete Assedic voluta da Nicolas Sarkozy. All’inizio della crisi è stato così creato un operatore unico, e un «tutor» (definito «consulente personale») per la gestione delle offerte di lavoro e la loro assegnazione.

2/ continua
(La prima parte sulla Gran Bretagna è uscita ieri con
 Il Manifesto)

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

photo: Lulu97417 [Pubblico dominio], de Wikimedia Commons

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