Il marchio Pernigotti chiude a Novi Ligure ed emigra in Turchia

Crisi industriali. Al ministero l’ultimo atto per lo storico stabilimento di Novi Ligure. La Toksöz non cede. Un anno di cig ai dipendenti, niente ai precari. Di Maio assente

Mauro Ravarino * • 6/2/2019 • Lavoro, economia & finanza • 428 Viste

Una volta sceso in strada aveva mangiato con loro un cioccolatino. Non uno qualsiasi ma uno, prodotto dal 1860 a Novi Ligure, un Pernigotti. E aveva tuonato: «Se la proprietà vuole uscire da questo stabilimento, deve dare la totale disponibilità a cedere marchio e stabilimento insieme». Il miracolo promesso dal vicepremier Luigi Di Maio non è riuscito. La proprietà turca Toksöz non ha venduto il marchio e, ieri, al ministero del Lavoro, mentre il titolare era in «missione» in Francia per incontrare i gilet gialli, è stata firmata la cassa integrazione per cessione di attività.

La procedura entra in vigore da oggi e avrà durata di 12 mesi. Si tratta di cassa integrazione straordinaria per 92 dipendenti. Senza alcun ammortizzatore sociale gli oltre cento interinali, solo la disoccupazione per alcuni mesi. L’accordo, che prevede anche un impegno per la reindustrializzazione, è stato sottoscritto da azienda e parti sociali. Contestualmente la Regione Piemonte attiverà un piano di politiche attive. «Ora – sottolinea l’assessore regionale Gianna Pentenero – occorrerà seguire attentamente l’evoluzione del percorso di reindustrializzazione, per evitare che vada dispersa un’eccellenza produttiva del nostro territorio, insieme ai posti di lavoro. Auspico che, nel valutare le manifestazioni d’interesse, l’azienda riconsideri la possibilità di cedere il marchio».

Gli operai, in presidio da novembre, speravano in un altro finale. «Abbiamo firmato per dare ai lavoratori un sostegno al reddito, ma – spiega Angelo Paolella della Flai Cgil – ribadiamo la necessità di un incontro al Mise per dare un futuro a loro e al tessuto produttivo del territorio, legato indissolubilmente ad un marchio storico come Pernigotti. Chi vuole chiudere deve cedere il marchio e consentire la continuità di un brand così importante per tutelare la qualità e l’occupazione». Paolella precisa: «Ci aspettiamo che il governo intervenga concretamente in questa direzione. Oggi abbiamo scritto una pagina triste per lo stabilimento Pernigotti, ma vigileremo affinché gli impegni sulla reindustrializzazione si possano concretizzare».

Il gruppo Toksöz non ha perso tempo è ha già avviato l’esternalizzazione, ha affidato «a partner attivi sul territorio nazionale la produzione di alcune linee di prodotto».  L’advisor Sernet, incaricato per trovare nuove opportunità, avrebbe contattato 36 aziende e sarebbero saliti ad almeno sette i soggetti interessati a una futura reindustrializzazione dell’impianto: «Si tratta, ed è un dato positivo, di soggetti italiani di medie dimensioni – spiega Giorgio Sorial, vice capo di gabinetto -, cinque aziende, una cordata d’investitori e un investitore privato, che potrebbero garantire un assorbimento occupazionale iniziale tra le trenta e le cinquanta unità».

Polemico il capogruppo di Leu alla Camera, Federico Fornaro: «L’azienda turca non soltanto non si è mossa di un millimetro dalle sue posizioni di indisponibilità a vendere a un altro imprenditore, ma al tavolo di crisi ha confermato di aver dato un doppio mandato: alla Sernet per la reindustralizzazione del sito produttivo di Novi Ligure e a un’altra società specializzata, di trovare un acquirente per il ramo d’azienda della gelateria. Un comportamento a dir poco ambiguo che non fa sperare nulla di buono per il futuro. È giusto, invece, aver attivato gli armonizzatori sociali per limitare al massimo le ricadute negative ai lavoratori. Della legge promessa da Di Maio per situazioni come la Pernigotti nessuna traccia».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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