A Palermo, tra i graffiti nelle celle

SCAFFALE. «Parole prigioniere», un corposo saggio storico a cura di Giovanna Fiume e Mercedes García-Arenal

Manfredi Alberti * • 22/3/2019 • Carcere & Giustizia, Libri & culture • 314 Viste

Nella tradizione politica e intellettuale italiana l’esperienza carceraria è stata cruciale per pensatori di varie epoche, impegnati con coraggio e passione nella ricerca della verità o nella prassi rivoluzionaria: da Giordano Bruno ad Antonio Gramsci, da Galileo Galilei a Silvio Pellico. Gli istituti di reclusione, luoghi emblematici dell’affermazione dello Stato moderno come strumento di «sorveglianza e punizione», per usare le parole di Michel Foucault, non sempre hanno impedito agli inquisiti o ai condannati la faticosa ricerca di nuove e originali modalità espressive, in grado di dare voce ai loro sentimenti e alle loro elaborazioni intellettuali, spesso straordinariamente ricche e fertili.

Esplorare la storia politica, sociale e culturale degli ultimi secoli a partire dallo studio delle esperienze di vita carceraria può così rivelarsi un sentiero di ricerca innovativo e fecondo, come dimostra un recente volume curato da Giovanna Fiume e Mercedes García-Arenal, dedicato alle carceri dell’Inquisizione spagnola in Sicilia, presente a Palermo sin dall’inizio del Cinquecento (Parole prigioniere. I graffiti delle carceri del Santo Uffizio di Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, pp. 312, euro 17).
I contributi raccolti nel volume esaminano in particolare i graffiti prodotti dai prigionieri nelle celle di Palazzo Chiaromonte, sede dell’Inquisizione dal 1600 al 1782, anno in cui, sull’onda degli ideali illuministici che da tempo circolavano in Europa, Ferdinando IV di Borbone decretò la soppressione del tribunale siciliano.

I DISEGNI E LE SCRITTE murali dei detenuti dell’Inquisizione spagnola a Palermo, analoghi a quelli che si sono conservati in diverse carceri e luoghi di reclusione dell’Europa medievale e moderna, hanno già suscitato nel corso del Novecento l’interesse di intellettuali del calibro di Giuseppe Pitrè e Leonardo Sciascia, prima ancora di diventare oggetto di rivalutazione come fonte da parte della storiografia. Collocati in maniera incerta fra fonte scritta e fonte iconografica, permettono di studiare in modo nuovo non solo la storia delle culture religiose, ma anche le specifiche vicende e le circostanze politiche legate ai processi.
Protagonisti di queste storie carcerarie sono eretici di varia natura: persone sospettate di giudaismo o islamismo, di essere bestemmiatori, bigami, negromanti, streghe o sodomiti. Talvolta, come suggerisce il saggio di Valeria La Motta, i detenuti del Santo Uffizio possono anche non essere eretici, ma semplicemente oppositori politici: una dimostrazione di quanto fossero labili, durante l’ancien régime, i confini fra controllo religioso e potere politico.

LE TRACCE lasciate dai detenuti nel carcere palermitano fra Sei e Settecento costituiscono una fonte inedita per lo storico, difficile da interpretare sia per quel che riguarda la loro esatta attribuzione, sia in relazione ai contenuti dei graffiti, spesso enigmatici. Gli unici documenti cartacei che possono aiutare lo studio delle vicende degli inquisiti si trovano prevalentemente in Spagna, dal momento che nel 1783, a un anno dalla soppressione del tribunale, il suo archivio fu bruciato.
La complessità dello studio dei graffiti deriva anche dalla stratificazione dei segni avvenuta nel corso degli anni, in seguito alla periodica imbiancatura delle superfici. Tra i contenuti rinvenuti nelle pareti di Palazzo Chiaromonte trovano spazio una ricca iconografia religiosa, una sorta di «inventario» delle devozioni, ma anche soggetti profani, carte geografiche e molto altro. Le testimonianze scritte, in siciliano, latino, italiano, inglese, ebraico, forniscono spesso informazioni sulla vita carceraria, sulle torture subite, ma anche sulle aspettative e sui sentimenti più profondi dei detenuti. Vi sono anche diversi componimenti poetici e citazioni di testi sacri. Come ricorda Adriano Prosperi nel suo saggio, «siamo davanti a un mondo mentale dominato da temi religiosi delle diverse religioni che vi erano coltivate, ma anche da immagini e ossessioni di un radicato mondo magico».

COME INTERPRETARE tale ricca e affascinante polifonia di voci? A chi erano destinati questi messaggi? Forse ai compagni di cella, al personale carcerario, oppure, almeno indirettamente, agli stessi inquisitori. Difficile ricondurre a un quadro unitario i significati espressi dai graffiti carcerari, anche se sembra prevalere, in forma più o meno esplicita, la protesta contro la giustizia terrena, sublimata in forma religiosa.
Vengono in mente, da questo punto di vista, le parole del giovane Marx sul sentimento religioso come forma di protesta contro la miseria e l’ingiustizia del mondo reale. Prima ancora che «oppio del popolo», la religione è infatti per Marx il «sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore». È anche a partire da questa consapevolezza, a ben vedere, che la storia religiosa può diventare una chiave di accesso alla storia della società.

* Fonte: Manfredi Alberti, IL MANIFESTO

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