Angelo Tartaglia del Politecnico: «Facciamo come la Francia, del Tav riparliamone nel 2038»

Si delinea sempre meglio la strategia del M5S. Intervista ad Angelo Tartaglia, uno dei tecnici di riferimento dei No Tav

Maurizio Pagliassotti * • 12/3/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 123 Viste

«Parigi ha rinviato l’analisi del progetto della tratta che insiste sul proprio territorio, perché al momento non ci sono condizioni di mercato favorevoli. E mancano i fondi»

Si delinea, giorno dopo giorno, la strategia del M5S per bloccare la più controversa della grandi opere italiane, la Torino – Lione. Perdere tempo, giungere ad una fase di stallo in cui nessuno dei tre soggetti coinvolti sia in grado di proseguire. Angelo Tartaglia, docente emerito presso il Politecnico di Torino, è uno dei tecnici di riferimento del movimento Notav.

Professore, cosa è successo oggi?
Telt ha dato il via libera, all’unanimità, alle procedure di gara relative ai lavori in Francia per il tunnel di base, per un importo stimato di 2,3 miliardi, Questo passaggio non obbliga Telt a dare seguito alla procedura, come per altro sottolineato dalla stessa società italo francese.

Ecco, parliamo di procedure: ci descriva lo scenario migliore per chi vuole realizzare la Torino – Lione. Quanto tempo ci vorrebbe per il primo colpo di piccone riguardo i bandi/avvisi di gara oggi sbloccati?
Telt ieri si è presa sei mesi di tempo per pubblicare le manifestazioni di interesse, poi ci sarebbe un anno e mezzo per la gara vera e propria e l’aggiudicazione dei lavori. In seguito vi sarà la consegna dei terreni e la preparazione dei cantieri. Insomma, il primo colpo di piccone non ci sarà prima del 2022. Questo nel caso migliore e senza alcun intoppo di tipo politico, burocratico o finanziario. Una condizione che nella storia del Tav non si è mai verificata e ovviamente non tiene conto delle proteste popolari, che molto hanno inciso nell’evoluzione di questa vicenda.

In questo lasso di tempo, cosa dovrebbe accadere politicamente e finanziariamente?
Questa è la parte più ambigua e complessa della vicenda. Dal punto di vista finanziario, se si vuole procedere rispettando gli accordi, è necessario che Francia e Italia, attraverso atti giuridici e non solo con solenni promesse, devono coprire con denaro contante il 100% dei lavori. Questo può essere fatto anche con una programmazione pluriennale, sono fondi che non devono essere accantonati tutti subito. Nessuno dei tre – Francia, Italia e Ue – ha finora stanziato fondi.

Quanto vale questo passaggio per l’Italia?
Cinque miliardi e seicento milioni di euro, cioè il 57,9% della spesa complessiva che è pari a nove miliardi e seicento milioni di euro. Ovviamente anche la Francia dovrebbe accantonare la sua parte: poco meno di quattro miliardi. Successivamente giungerebbero i contributi dell’Unione Europea, ossia il 40% dell’intero costo, e i due Stati potrebbero recuperare una parte dei fondi stanziati.

Da diverse settimane c’è chi giura che i contributi comunitari verranno portati al 50%.
Tutto può essere. Ma deve essere chiaro che se l’Unione Europea aumenterà il suo contributo per la Torino – Lione, allora dovrà farlo per tutte le analoghe opere transfrontaliere del continente. Una sola, non è possibile.

La “povertà” congiunturale di Francia e Italia fermerà il Tav?
Al di là della volontà politica bisognerà valutare la disponibilità dei soldi, questo è indubbio. Si sta facendo molta retorica in questi tempi, senza tenere presente la realtà. La Francia, in particolar modo, ha una posizione pro Tav squisitamente politica e poco reale, anzi. Il governo francese al momento ha proceduto a parole, ma senza mettere un euro. Anche loro sanno – lo hanno anche scritto in passato – che se non si fa è meglio, ma attendono uno strappo italiano che permetta loro di non pagare un prezzo politico. Siamo in una partita a poker in cui i giocatori non vogliono mai pronunciare la parola «vedo», e scoprire così le reali intenzioni dell’altro.

Quale è invece uno scenario nel quale la vicenda del Tav si potrebbe allungare all’infinito?
Beh, già così siamo di fronte a una perdita di tempo di sei mesi. Poi vi potrebbe essere una ulteriore dilazione dovuta a una trattativa politica tra Italia, Francia e Unione Europea. Se in quella sede non si trovasse un accordo si potrebbe chiedere un supplemento di istruttoria. Anni.

Qual è la situazione reale?
In termini di buon senso il ragionamento diventa semplice: i francesi hanno valutato che la costruzione della parte dell’opera che insiste sul proprio territorio nazionale – che richiederebbe altri due tunnel – oggi non è supportato da condizioni di mercato favorevoli. Mancano i flussi di merce, per un investimento peraltro privo di coperture finanziarie. Il governo francese ha deciso perciò di rimandare l’analisi del progetto al 2038. Questo processo è riproducibile sull’intera tratta. L’andamento dell’economia mondiale e la recessione dovuta al cosiddetto «decennio perduto» hanno indotto il governo francese a prendere questa decisione. E in virtù del fatto che ad oggi nella realtà nessuno ha ancora ottemperato, se non in minima parte, agli obblighi finanziari, si potrebbe fare lo stesso ragionamento in Italia. Io lo auspicherei. Riparliamone nel 2038. La cosa può suonare stravagante, ma non lo è.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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