Crisi venezuelana. L’inedita strategia di Trump, «davanti» al golpe, non dietro

Intervista al ministro della Cultura del governo bolivariano Ernesto Villegas Poljak

Paolo Moiola * • 6/3/2019 • Internazionale • 504 Viste

Quella in atto in Venezuela è una partita a scacchi tra Juan Guaidó, presidente autoproclamato e Nicolás Maduro, presidente eletto ma – per la gran parte dei media internazionali e dei politici occidentali – dittatore senza se e senza ma. Ne abbiamo parlato con un esponente del governo, il ministro della cultura Ernesto Villegas Poljak.

Ministro Villegas, chi è questo giovane di 35 anni che è comparso dal nulla e che si è autoproclamato presidente? 
Due mesi fa solo la sua famiglia e pochi altri ne conoscevano il nome. Oggi Trump lo ha reso famoso scegliendolo come il suo fantoccio per un intervento straniero in Venezuela. Anche quelli che – per riflesso condizionato – gli hanno dato il loro appoggio non lo conoscono. Nessuno sa cosa pensa, nessuno gli ha chiesto, né lui ha esposto le sue opinioni a proposito di questioni fondamentali su cui ogni candidato alla presidenza di qualsiasi paese del mondo dovrebbe esprimersi. È, semplicemente, una pedina di terza fila nell’elenco della destra venezuelana, una pedina usa e getta.

Dunque, secondo lei, dietro Guaidó non c’è l’opposizione venezuelana, ma direttamente Trump?
Questa domanda va formulata meglio: davanti a Guaidó c’è Trump. Come ha detto il nostro cancelliere, Jorge Arreaza, questa è la prima volta che gli Stati uniti non sono dietro un colpo di stato, ma davanti. Trump e la sua cerchia di fanatici dell’estrema destra hanno spodestato senza troppe cerimonie i portavoce dell’opposizione venezuelana, di tutte le parti, che ora apprendono dalla tv e da Twitter le decisioni di Trump sul Venezuela, la sua politica e il suo petrolio, attraverso Pence, Pompeo, Bolton, Abrams o Marco Rubio. L’impero ha deciso di metterli da parte e operare direttamente in Venezuela.

Come spiega la gravissima crisi economica del paese?
Al di là della propaganda neoliberale, che in maniera interessata riduce il caso venezuelano al «fallimento del socialismo», il Venezuela ha caratteristiche complesse che non possono essere valutate soltanto in un’ottica economicista. Molto prima dell’arrivo di Chávez al potere, gli studiosi neoliberisti pubblicarono studi, come quello famoso intitolato Il caso Venezuela: un’illusione di armonia (di Moises Naim e Ramon Pinago, uscito nel 1984, ndr), in cui mettevano in discussione il modello preesistente. In Venezuela l’Fmi testò il suo pacchetto di aggiustamenti strutturali durante il secondo governo di Carlos Andrés Pérez, che portò come conseguenza la rivolta sociale del 27 febbraio 1989 – conosciuta come El Caracazo – e poi la ribellione militare del 4 febbraio 1992, guidata dal comandante Hugo Chávez (che finì in carcere, ndr). Con ciò voglio dire che le complessità dell’economia venezuelana sono molto anteriori alla Rivoluzione Bolivariana, la quale ha dovuto affrontare molte difficoltà nella ricerca di giustizia sociale, indipendenza e diversificazione economica. A volte lo ha fatto con successo, altre volte no.

Lei, pertanto, nega che l’attuale crisi economica si sia prodotta a causa di errori compiuti dal governo Maduro?
Errori? Sicuramente molti, come fanno errori tutti i governi del mondo, incluso il Vaticano, che dovrebbe essere benedetto in modo particolare da Dio.
Se la mettiamo su questo piano, allora anche il Venezuela è benedetto, pensando a tutte le risorse di cui dispone (o disporrebbe). Abbiamo una benedizione che a volte opera come una maledizione, il petrolio. Abbiamo come vicino di casa il principale esportatore di cocaina nel mondo, la Colombia, la cui economia storicamente è stata parassita della nostra. Non c’è dubbio che il comandante Chávez iniziò la costruzione di un modello alternativo, il «socialismo bolivariano», appena abbozzato, e il presidente Maduro ha proseguito i suoi sforzi, ma nel sistema economico sono rimaste le debolezze e le complessità storiche di un’economia capitalistica periferica, rentier (di rendita), importatrice e dunque dipendente.

Fa impressione il livello stratosferico raggiunto dal tasso d’inflazione. 
Il blocco e la persecuzione economica hanno colpito duramente la nostra popolazione, portando l’iperinflazione, le difficoltà per l’importazione di medicinali e cibo, gli input industriali e le materie prime, l’accesso al credito internazionale e l’ostruzione di qualsiasi transazione finanziaria. Più recentemente hanno congelato beni e fondi del Venezuela per miliardi di dollari negli Stati uniti e riserve auree depositate a Londra. Se prima era relativamente mascherata, la guerra che Washington e i suoi alleati hanno dichiarato all’economia venezuelana è ora completamente aperta. Tuttavia, anche in una situazione così difficile, nessuna università, nessuna scuola, nessun centro sanitario è stato chiuso, né i lavoratori hanno smesso di percepire i loro stipendi. Il governo ha fatto inoltre la magia di portare a milioni di famiglie scatole con prodotti alimentari di base, attraverso i Comitati locali di fornitura e produzione (Clap), che finora hanno sconfitto il tentativo di piegare per fame la popolazione.

Detto questo, come si può raggiungere una soluzione? 
Ribadisco: il modo migliore per aiutare il Venezuela a superare i suoi problemi economici è togliere la politica dell’embargo e la persecuzione finanziaria dall’estero, che equivale a cercare di estinguere un incendio con la benzina. Al di là della brutale demonizzazione della sua figura da parte dell’apparato di propaganda del capitalismo globale, il presidente Nicolás Maduro è una persona con una mente aperta e non dogmatica. Il clima di ostilità politica, economica e persino bellica ostacola le azioni del governo per superare i problemi del paese. In ogni caso, questa situazione porta anche nuove opportunità, come la diversificazione delle nostre relazioni economiche con altri centri dell’economia mondiale. Il pianeta, fortunatamente, è molto più ampio e promettente di quanto siano gli Stati uniti e l’Unione europea.

A livello internazionale suscita scandalo il fatto di non permettere l’entrata in Venezuela degli aiuti umanitari… Che può dire al riguardo?
Che non è vero. Chiunque desideri inviare in Venezuela ciò che viene definito «aiuto umanitario» può farlo, rispettando i protocolli internazionali e le leggi nazionali, i controlli legali, doganali e sanitari. Certamente, prima di ricevere donazioni, il Venezuela preferisce acquistare medicine o cibo all’estero, come fatto ad esempio con la Russia. È una questione di dignità e sovranità. Senza sanzioni non avrebbe avuto senso lo spettacolo creato attorno un aiuto umanitario che tale non è. Non è accettabile per il Venezuela, né per qualsiasi paese del mondo che sia calpestato il diritto internazionale e la sovranità nazionale per introdurre con la forza un cavallo di Troia, dietro al quale – come apertamente affermano gli Stati uniti e i loro lacchè – si prepara un intervento straniero nel mio paese.

Tra i lacchè di cui parla ci sono anche molti paesi europei.
L’ho già detto: è un peccato che l’Europa si sia di nuovo accodata agli Usa. È già successo con Aznar, Blair e Bush in relazione all’Iraq. Un milione di morti dopo, venne confermato che non erano mai esistite in Iraq le armi di distruzione di massa che servirono da pretesto per l’invasione. Ora Sánchez e altri leader europei vivono il loro «momento delle Azzorre» (riferimento al summit delle Azzorre del marzo 2003, ndr) con Trump di fronte al Venezuela. Stanno cedendo alla politica dell’estrema destra, sperando di ottenere qualche vantaggio politico.

La popolazione venezuelana con chi sta? Sui media si vedono grandi adunate dell’opposizione. Alcuni servizi della televisione italiana hanno mostrato Guaidó durante una messa in una chiesa di Caracas, con i presenti che si avvicinavano per complimentarsi.
Certo, nelle zone più ricche di Caracas e in altre città l’opposizione ha sempre avuto una base elettorale, che sicuramente si è espressa nella messa che lei menziona. Sfortunatamente, i media internazionali non diffondono le grandi dimostrazioni che il chavismo ha svolto negli ultimi mesi, in particolare il 23 febbraio, quando l’avenida Urdaneta traboccava di gente da un’estremità all’altra. Il chavismo è sempre stato reso invisibile, sottostimato, disprezzato. Eppure, ancora oggi, rimane di gran lunga la prima forza politica in Venezuela individualmente considerata.

Come avvenne nell’aprile del 2002, anche questa volta la gerarchia della Chiesa sta con i golpisti. Come lo spiega?
È coerente con una tradizione retrograda e conservatrice. Se quella gerarchia è scontenta e infastidita che il papa sia un uomo come Francesco, come può essere felice che uomini come Chávez prima e Maduro oggi siano presidenti? Sono fascisti con le tonache. Fortunatamente ci sono molti religiosi, e soprattutto tanti cristiani, che difendono i postulati originali della chiesa, rimanendo dalla parte degli oppressi.

Qual è la soluzione per evitare una guerra civile?
La guerra urbana è già stata tentata nel 2017 dall’opposizione, ma il popolo ha prevalso.

Teme allora un intervento militare, un’invasione del paese?
La risposta già l’hanno data Trump e il suo fantoccio Guaidó, mettendo sul tavolo tutte le opzioni, inclusa quella «militare». Una minaccia è di per sé un atto di violenza. Ad ogni modo, se questi signori decidessero di intraprendere l’avventura dell’invasione, non sarebbe una passeggiata. Piuttosto, si realizzerebbe la previsione di Che Guevara di «uno, due o tre Vietnam» in America Latina. Come si dice, non è lo stesso invocare il demonio che vederlo arrivare.

* Fonte: Paolo Moiola, IL MANIFESTO

 

photo: By Prensa Presidencial, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60398333

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