Di Maio firma l’intesa, l’Italia diventa la porta cinese sul Mediterraneo

Roma-Pechino. Accordi per 2,5 miliardi. Di Maio parla di un potenziale di venti miliardi. Il presidente del Consiglio Conte: «Costruire relazioni più efficaci»

Simone Pieranni * • 24/3/2019 • Internazionale, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 167 Viste

Di Maio: «Nessuno vuole scavalcare i nostri partner Ue, nelle relazioni commerciali diciamo Italy First». Salvini: «Non mi si dica che la Cina è un paese con il libero mercato» e sostiene di essere contento per l’apertura dei mercati «a parità di condizioni»

Luigi Di Maio entra nella storia firmando il memorandum of understading con la Cina e lo ripete ancora una volta: «Italia first». C’è sempre un senso di rivalsa in ogni azione di questo governo e non poteva mancare neanche alla fine di tutte le firme sui 29 accordi che legano l’Italia alla Cina ancora più che in passato. Valore di 2,5 miliardi, ha detto Di Maio, rispondendo anche ai dubbi di Salvini. E in futuro – ha aggiunto – potrebbero valere anche 20 miliardi, vedremo. Oggi intanto, anziché i 20 accordi commerciali ce ne sono 10. Quelli istituzionali sono rimasti 19 e sono in ogni caso meno rilevanti. Tutto, naturalmente, dovrà andare a verifica in diversi modi: intanto sotto il profilo economico; in secondo luogo sotto il profilo geopolitico, perché la partita che si è aperta con la scelta italiana di affidarsi al progetto cinese potrebbe dare vita a una girandola di eventi tanto in sede europea, quanto statunitense, da valutarsi su una balestra temporale piuttosto lunga. E questa possibile evoluzione riguarda anche l’Italia a meno che i Cinque Stelle fingano di ignorare il fatto che per fare andare su e giù le merci, la Cina è dichiaratamente per l’alta velocità.

AL TERMINE DELLE FIRME c’è comunque da rilevare un dato sia politico sia economico: con gli accordi sui porti di Trieste e Genova, due tra quelli commerciali di maggiore importanza, l’Italia diventa la porta mediterranea per la Cina, che ha lo scopo di arrivare prima possibile nell’Europa che gli interessa di più, quella settentrionale. L’Italia alla Cina conveniva per più motivi: quello economico, essendo un paese in difficoltà e quello politico, in quanto paese che di recente ha ingaggiato un duello con l’Unione europea e quindi meno sensibile a certe parole come «multilateralismo» o «interessi comuni europei» che neanche a Pechino vengono granché apprezzate. Il ministro dello sviluppo economico, nonché del lavoro e vice premier, a proposito delle critiche provenienti da Francia e Germania ha dichiarato che «non parlerei di posizione franco-tedesca, le due posizioni hanno sfumature diverse. È chiaro che l’Italia è arrivata prima sulla Via della Seta e quindi altri Paesi Ue hanno delle loro posizioni critiche, ne hanno tutto il diritto. Nessuno vuole scavalcare i nostri partner Ue ma, come qualcuno diceva (chissà chi è ndr) America First, noi nelle relazioni commerciali diciamo Italy First».

E allora il novello «Italy first» con la Cina oltre agli accordi sui porti di Genova e Trieste (tutti da verificare poi nella loro entità e nel volume di affari capaci di creare) prevede le firme sui seguenti trattati: un partenariato strategico tra Cassa Depositi e Prestiti e Bank of China. Con la banca cinese è stato firmato analogo accordo anche dall’Eni. C’è poi una cooperazione tecnologica per un programma di turbine a gas tra Ansaldo e la China United Gas Turbine Technology, un contratto per la fornitura di una turbina a gas per il progetto Bengangtra Ansaldo Energia, Benxi Steel Group Co., e Shanghai Electric Gas Turbine Co.

UNO DEGLI ACCORDI più interessanti è il seguente: un memorandum of understanding tra Cassa Depositi e Prestiti, Snam. e il Silk Road Fund Co., ovvero il fondo della nuova via della seta che affianca l’altro strumento economico-finanziario, l’Aiib, la banca di investimenti asiatica. Solitamente questi istituti concedono prestiti per progetti asiatici, ma sarà interessante capire che tipo di cooperazione è stata pensata. Infine, tra gli accordi commerciali, c’è quello di di cooperazione strategica tra Ice e Suning.com Group Coper per la realizzazione di una piattaforma integrata di promozione dello stile di vita italiano in Cina, un memorandum of understanding tra Intesa Sanpaolo e la città di Qingdao (luogo famoso anche per la sua birra, che troviamo anche nei ristoranti cinesi in Italia e i cui primi birrifici furono creati dai tedeschi) e infine un contratto tra Danieli & C. Officine Meccaniche S.p.A. e China Camc Engineering per l’installazione di un complesso siderurgico integrato in Azerbaijan. Sono stati poi firmati alcuni accordi di natura istituzionale: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria ha sottoscritto con il ministro degli esteri cinese un accordo per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali. Sono stati poi effettuati accordi per quanto riguarda la collaborazione sanitaria tra i due paesi, in materia di ispezione, quarantena e requisiti sanitari per l’esportazione di carne suina congelata dall’Italia alla Cina, per gli scambi culturali e naturalmente per l’esportazione di agrumi freschi dall’Italia alla Cina, le famose arance tanto care a Di Maio. Firmato anche un accordo con il ministro della Cultura e del Turismo Luo Shugang per la restituzione di 796 reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale cinese.

Fonte: Simone Pieranni, IL MANIFESTO

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