Clima, grandi opere e i dinosauri del nostro tempo

Ci sono dinosauri negazionisti, grandi e pesanti come Trump o Bolsonaro; e dinosauri insignificanti, come Chiamparino o Fassino, che dei cambiamenti climatici non sanno dire niente. Sragionano come se tutto potesse continuare come è oggi

Guido Viale * • 7/3/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 220 Viste

I dinosauri di sessanta milioni di anni fa sono stati vittime inconsapevoli di una estinzione di massa. I dinosauri di oggi sono invece responsabili consapevoli, se non dell’estinzione dei loro simili, sicuramente della fine della convivenza così come è stata praticata da almeno diecimila anni. Per decenni gli ambientalisti sono stati accusati – da affaristi, giornalisti e leader arroganti – di “voler tornare all’età della pietra”.

Ora è chiaro che a farci tornare all’età della pietra sono loro. Vent’anni fa era ancora possibile che un leader ignorante non sapesse niente dei mutamenti climatici, ma oggi questo non è più possibile. Sanno benissimo quello che sta per succedere – gli allarmi degli scienziati sono chiarissimi – ma sono bloccati dall’incapacità di pensare e di fare. Di pensare un mondo diverso da quello che conoscono e in cui per ora sguazzano; e di fare ciò che va fatto per sventare la catastrofe incombente: invertire rotta di 180 gradi. Quindi non mettono in guardia i loro elettori e concittadini della necessità di una svolta che non sanno nemmeno concepire, in questo aiutati da un esercito di giornalisti e commentatori ignoranti e asserviti.

Ci sono dinosauri negazionisti, grandi e pesanti come Trump o Bolsonaro; e dinosauri insignificanti, come Chiamparino o Fassino, che dei cambiamenti climatici non sanno dire niente. Sragionano come se tutto potesse continuare come è oggi: un tunnel, o anche due – Tav e Terzo Valico – , per portare in Francia merci e passeggeri che oggi non ci sono, ma domani, chissà? (magari il Pil si rimette a crescere…). Un gasdotto, anzi due – Tap e EastMed – , per portare in Europa gas che tra breve tutti sanno costretti a non usare più. Grandi navi nel canale di una Venezia destinata ad affondare. Ma l’appetito vien mangiando; e ora che stanno per averla vinta sul Tav e sul baluardo di cartapesta dei cinquestelle (la fatidica analisi costi-benefici, fatta da un tecnico, anzi sei, che escludono i cambiamenti climatici dai loro saperi), vogliono anche altre autostrade, altri aeroporti, altre trivelle, altre armi.

E avanti con l’Ilva: tanto, quando arriverà la catastrofe gli abitanti di Taranto saranno già tutti morti di cancro.

Ricordatevi il Mose: per anni gli ambientalisti sono stati irrisi dal giornalismo che si ergeva con grande sicumera a paladino di Venezia, mentre politici e affaristi mandavano avanti un furto epocale; che comunque va ancora avanti lo stesso, anche se appena finito, o anche prima, bisognerà smontarlo perché non funziona (e tutti lo sanno); ma che comunque sta devastando la laguna e non proteggerà certo Venezia. Che se è destinata a scomparire, tanto vale sfruttarla al massimo fin che c‘è, invece di farne un richiamo perché tutto il mondo capisca che è ora di muoversi tutti insieme, e subito, per salvare insieme a lei tutte le zone costiere del pianeta.

Così intorno al Tav Torino Lione, che di tutte le Grandi opere in programma è forse la più stupida, si è costituito un superpartito “di lotta e di governo”, che riunisce politici di estrema destra, centro e sinistra (Zingaretti compreso, che ha anche aderito alla giornata Friday for Future, segno evidente di confusione mentale o di malafede) e poi, industriali grandi e piccoli, giornalisti e pennivendoli di ogni risma, madamine scalpitanti, storici del ‘900 ed economisti pronti a contestare numeri e analisi costi-benefici del povero prof. Ponti. Già, perché quel danno di 7 miliardi che lui ha calcolato è “internazionale”, e va quindi diviso per tre; in parte ricadrà su Francia e Ue (dunque, chi se ne frega?), mentre all’Italia ne resterà da pagare solo un pezzo; che se poi non si conta la perdita delle accise sul gasolio e si conta invece quella di ipotetiche penali, diventa anche un vantaggio. A questo si è ridotto il dibattito politico, scientifico e cultuale sul futuro dello “sviluppo”, del benessere, del nostro paese, del pianeta!

La scomparsa dei dinosauri, enormi bestioni dal corpo immenso e dal cervello piccolo, aveva creato uno spazio ambientale vuoto di cui avrebbero profittato alcuni piccoli mammiferi, solo un po’ diversi da loro, per dar luogo a quella catena evolutiva che attraverso molte metamorfosi sarebbe alla fine approdata alla comparsa della specie umana. Ma i dinosauri di oggi, con il loro tremendo impatto sull’ambiente, non sono ancora scomparsi, e non hanno alcuna intenzione di farlo; mentre una nuova specie antropologica, composta dai loro figli e soprattutto nipoti, ha cominciato a sollevare e il capo, a scendere in piazza, a far sentire la propria voce, a esigere il cambio di rotta per salvare se stessi e la Terra. Non c’è tempo per aspettare che le cose evolvano da sole.

Affrettiamoci dunque a dare una mano, anzi tutte e due, a chi ha cominciato a battersi per salvare vita e convivenza tra gli umani di oggi e domani: tutti a Friday for Future il 15 marzo; ma anche allo sciopero del LottoMarzo delle donne domani; e alla mobilitazione contro le grandi opere il prossimo 23. Tre eventi apparentemente diversi, ma mai così legati tra loro.

* Fonte: Guido Viale, IL MANIFESTO

 

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