Il diritto alla casa, tra conflitto, repressione e dialogo difficile con il governo delle città

Diritto all’abitare. Intervista a Paolo Di Vetta, dal 16° Rapporto sui diritti globali

Susanna Ronconi • 22/3/2019 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2018 • 574 Viste

I movimenti per la casa pongono in molte città italiane una questione cruciale sotto diversi profili. Il primo e più ovvio è quello del diritto alla casa come diritto costituzionale, che concorre a tutelare la dignità di ogni cittadino, e come tale dovrebbe essere esigibile. E così non è, a giudicare dal numero di senza casa e di sfratti che di anno in anno si accumulano nelle statistiche nazionali. Ma è anche una questione di politiche di governo delle città, nel momento in cui ha a che fare con l’uso del suolo pubblico, con la speculazione edilizia, con la gestione di un bene immobiliare urbano fatto di vani vuoti, di stabili da riqualificare, di risorse da reperire e investire e di mancato ruolo delle amministrazioni locali. Ha a che fare con le politiche dell’immigrazione, che con le preclusioni, le esclusioni e la criminalizzazione di tanti migranti, rifugiati e richiedenti asilo riproducono in maniera esponenziale singoli e famiglie senza tetto, quelli che non a caso sono tra i più numerosi protagonisti delle occupazioni. Di questo quadro complesso, oggi sottoposto ancor più degli anni passati a una risposta prevalentemente repressiva e securitaria da parte di enti locali e governo, parliamo con Paolo Di Vetta, tra i protagonisti dei movimenti per la casa a Roma.

 

Redazione Diritti Globali: Da Marco Minniti a Matteo Salvini, la “soluzione” per via repressiva della questione casa sta avendo un’accelerazione. All’inizio di settembre 2018 il ministro dell’Interno annuncia una stretta sulle occupazioni e aggrava le modalità con cui intende intervenire: censimento e poi si sgombera, si vede dopo se le famiglie in difficoltà avranno diritto a qualche sostegno, che, in ogni caso non sarà negoziabile. Che giudizio dai di questo nuovo corso, che cosa davvero cambia rispetto alle politiche dei governi precedenti?

Paolo Di Vetta: Il nuovo ministro dell’Interno, nonché vicepremier, non ha fatto altro che utilizzare l’impianto predisposto dal suo predecessore, declinandolo in forma peggiorativa e fortemente ideologizzata. I riferimenti a sentenze del tribunale che condannano l’esecutivo a rimborsi milionari come risarcimento per le proprietà danneggiate dai mancati sgomberi, non fanno altro che spostare l’attenzione verso il diritto esigibile per via giudiziaria avanzato dalla proprietà privata, cancellando in via definitiva il diritto alla casa, costituzionalmente garantito, reclamato da chi occupa per necessità uno stabile o un alloggio in assenza di politiche abitative pubbliche degne di questo nome. La circolare Salvini risolve anche il rigurgito umanitario scaturito dopo gli sgomberi di Cinecittà e piazza Indipendenza, interventi i cui esiti avevano spinto Minniti a emanare una circolare che anteponeva le soluzioni al momento ultimativo dello sgombero forzoso degli stabili occupati. Dunque, si può affermare che il peccato originale lo troviamo nell’articolo 11 della legge sulla sicurezza urbana del governo Gentiloni e nell’articolo 5 del cosiddetto piano casa Renzi/Lupi; quindi, Salvini ha proseguito con altri mezzi una guerra già iniziata, superando in forma più aggressiva norme già esistenti.

 

RDG: Quello di Salvini è l’approccio del nuovo governo nazionale, ma città e regioni sono interlocutori importanti nella lotta per la casa. In passato avete negoziato, per esempio con la Regione Lazio, con esiti anche importanti, come l’inclusione di una parte delle famiglie romane occupanti nelle misure previste a favore dell’emergenza abitativa. Quali sono oggi gli spazi per un’interlocuzione con la città di Roma e con la Regione? Come vi state muovendo?

PDV: I movimenti per l’abitare, anche se molto conflittuali nel rappresentare le loro richieste, hanno sempre avuto un atteggiamento di disponibilità alla trattativa e alla stesura di strumenti utili ad affrontare il fabbisogno abitativo, oltre che l’emergenza. Il dialogo oggi prosegue con difficoltà, sia per la scarsità di risorse messe in gioco, sia per la mancanza di una visione d’insieme socialmente sostenibile. Sembra prevalere il concetto della coperta troppo corta e quindi l’esclusione di una parte è vissuta come ineluttabile. Il dramma è che a soccombere resta proprio la parte più fragile della società e per farlo si ricorre anche ad alimentare la guerra tra penultimi e ultimi. Per questo la circolare Salvini dovrebbe essere considerata irricevibile dalle amministrazioni locali. Soprattutto gli enti di prossimità devono operare verso soluzioni che non ripongano le loro aspettative negli interventi di ordine pubblico ma, anche se con scarse prerogative e pochi mezzi, devono orientare Comuni e Regioni verso il riuso del costruito e del patrimonio esistente. Per favorire questo percorso ci siamo resi disponibili ai censimenti nelle occupazioni, propedeutici al riconoscimento del diritto a un alloggio e a garantire il passaggio da casa a casa di chi subisce uno sfratto o uno sgombero. Cosa prevista peraltro da una Delibera regionale approvata nel 2014, mai applicata a Roma, con circa 200 milioni di euro di risorse disponibili.

 

RDG: A livello politico e mediatico si sta sempre più affermando una retorica da “guerra tra poveri”: case di edilizia pubblica occupate a discapito degli assegnatari, occupazioni gestite dalla criminalità. È un discorso che tende a fornire consenso e nuovi argomenti alle azioni di “ripristino della legalità”. Puoi fare un quadro di chi è oggi il popolo che occupa case pubbliche e private per avere un tetto? E, in materia di edilizia pubblica, incontrate il problema del rapporto tra occupanti e assegnatari?

PDV: C’è una grande confusione sul tema occupazioni. Spesso si confonde chi entra in stabili pubblici e privati abbandonati, con chi singolarmente occupa un alloggio popolare. I movimenti sono sempre stati contrari, anche se spesso accade per necessità, a occupare case Ater o comunali. In questi plessi è molto più facile che ad agire sia la compravendita e la prepotenza, ma questo non giustifica interventi della forza pubblica per sgomberare da questi alloggi chi comunque ne avrebbe diritto perché economicamente impossibilitato a sostenere affitti di mercato o mutui quasi sempre inaccessibili. Però, per avere maggior consenso e favorire strumenti come la circolare Salvini, si invoca la legalità e la tutela di chi pazientemente attende in graduatoria. Affermare che chi occupa lo fa per scavalcare chi aspetta un alloggio popolare è totalmente strumentale e lo si capisce dalla lentezza con la quale avvengono le assegnazioni e il gran numero di case pubbliche lasciate vuote, murate, non agibili e senza manutenzione. Se aggiungiamo una politica pubblica più orientata sulle dismissioni e le valorizzazioni per fare cassa del patrimonio disponibile che a dotarsi di risorse e nuovi alloggi popolari, chiudiamo il cerchio vizioso verso il quale si sta avvitando il welfare di questo paese. La conseguenza la vediamo osservando le caratteristiche di chi decide di passare dall’attesa all’azione. Nelle case popolari occupate troviamo perlopiù italiani, mentre negli stabili occupati è prevalente la composizione meticcia. Il dato che accomuna tutti è la difficoltà economica e le reti che sostengono questi percorsi di riappropriazione sono diverse e molteplici, percorsi collettivi e individuali, ma tutti con un solo comune denominatore: l’emergenza abitativa e la precarietà di reddito. Per assurdo, molti di coloro che occupano sono anche in graduatoria ma non riescono ad aspettare, sono assegnatari impazienti che vedono come a fronte di 13 mila famiglie in attesa, e in crescita costante, a Roma il ritmo di erogazione è di 400 alloggi in un anno.

 

RDG: Una parte del popolo delle occupazioni è rappresentato da migranti e richiedenti asilo, come hai detto. Dal tuo osservatorio e partendo proprio dal diritto all’abitare, come è andata evolvendosi negli ultimi anni la loro situazione? Che ricadute ti sembra abbiano oggi i vari sistemi di accoglienza – i loro limiti, vincoli e restrizioni – in termini di questione abitativa?

PDV: Per l’80% la popolazione che occupa stabili abbandonati è migrante. Molti di loro sono usciti dal ricatto dei circuiti dell’accoglienza (CARA/SPRAR) e hanno deciso di camminare fianco a fianco con famiglie provenienti da diversi Paesi, comunitari e non, per il diritto alla casa. Lo stanno facendo tuttora anche nuclei italiani. Una composizione che ha dovuto impegnarsi nella costruzione di comunità meticce complesse ma molto interessanti. Esperienze che hanno dovuto fare i conti anche con la trasformazione delle politiche migratorie e dell’accoglienza. Oggi si misurano con le rigidità del governo e con i fenomeni di razzismo derivanti da un senso di impunità avvertito da chi compie atti anche tragici contro stranieri. La necessità di autogestirsi e di trovare una collocazione nel nostro Paese ha trovato terreno più favorevole nelle occupazioni che nel circuito del volontariato, che anche nella sua accezione più positiva alimenta sempre una sorta di vocazione alla delega più che a risolvere da soli le proprie necessità. Coloro che intendono rimanere in Italia chiedono solo di aver riconosciuti diritti primari quali quello alla casa, alla salute, allo studio. Le occupazioni accompagnano in questo percorso e laddove si incontrano con il mondo del lavoro, molti occupanti sono badanti o impegnati nel settore edilizio e della logistica, affrontano anche il tema delle tutele e dello sfruttamento. Diciamo che fanno prevalere la difesa dei diritti per tutti. non è vero che peggiorano la condizione degli indigeni. Il “prima gli italiani” è solo uno slogan buono per chi non conosce la realtà vera e ne agita solo la superficie alla ricerca di un facile consenso.

 

RDG: Il movimento che rivendica il diritto alla casa è oggetto di particolare repressione. Ha a che fare con il governo delle città, con i diritti dei più deboli, con il sistema degli interessi, con le retoriche della sicurezza su cui si fonda buona parte del discorso politico attuale. Un mix esplosivo, concreto e insieme simbolico. Ne hai fatto le spese anche personalmente. Quali sono sotto questo profilo le sfide aperte? E i punti di forza nelle strategie del movimento?

PDV: Mi ha colpito un paio d’anni fa, durante un confronto con dei parlamentari del PD sulle nefaste conseguenze dell’articolo 5 della cosiddetta legge Lupi, una frase di una senatrice che disse: «riconoscere la funzione svolta dai movimenti e dalle occupazioni senza colpirne l’illegalità sarebbe come se lo Stato abdicasse alla sua funzione in materia di politiche abitative pubbliche». La chiave di lettura dei processi repressivi nei nostri confronti sta tutta qua. Essere stati definiti socialmente pericolosi e sottoposti a una misura di sorveglianza speciale con una forte limitazione della nostra libertà per un anno, ha quasi del paradossale se non si legge con attenzione il perché questura e tribunale intervengono con tanta forza dentro una dinamica sociale così evidente. È l’aspetto di questa lotta contro la rendita parassitaria e le nuove inutili cementificazioni, in qualche modo anche contro una grande proprietà privata invasiva e consumatrice di suolo, che viene considerato eversivo e a rischio di essere replicato su larga scala. Sanzionare e frenare diventa necessario soprattutto in assenza di politiche idonee a trovare le soluzioni necessarie. La sfida quindi è questa. Fare in modo che le città e i territori tornino a essere governate a partire dal fabbisogno sociale e abitativo, non dal controllo securitario e dalla paura.

I movimenti devono saper far comprendere che l’energia disponibile nelle occupazioni è sana e può dare un grande contributo nell’affermare un rinnovato diritto alla città. Esperienze come Metropoliz_città meticcia, nell’ex fabbrica Fiorucci sulla Prenestina, dove è sorto un museo abitato (MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz), per la quale è stato chiesto un risarcimento di 28 milioni di euro da erogare a Salini/Impregilo, non possono essere considerate danno erariale. Vanno invece considerate risorse sociali e culturali per la città e per il Paese. Riuscire in questa sfida e far comprendere il valore di queste esperienze è strategico per l’intera società. Per questo ne affermiamo la legittimità a esistere nonostante venga invocata una legalità formale per sanzionarle.

 

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Paolo Di Vetta: attivista, è uno degli storici rappresentanti del Movimento per il diritto all’abitare di Roma.

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IL 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI PUO’ ESSERE ACQUISTATO O ORDINATO IN LIBRERIA, OPPURE DIRETTAMENTE ONLINE DALL’EDITORE

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Leggi qui la prefazione “I diritti globali al tempo degli algoritmi e del rancore”, di Susanna Camusso,

Leggi qui l’introduzione “La banalità del disumano” di Sergio Segio

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