La necessità del cambiamento a Cuba. Intervista ad Alberto Prieto Rozos

Le nuove prospettive per la regione. Intervista ad Alberto Prieto Rozos, storico, docente all’Università dell’Avana. Dal 16° Rapporto sui diritti globali

José Miguel Arrugaeta e Orsola Casagrande • 18/3/2019 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2018 • 427 Viste

Si fa un gran parlare della fine del ciclo di governi progressisti in America Latina, eppure, sostiene lo storico Alberto Prieto Rozos, docente all’Università dell’Avana, la vittoria di Andrés Manuel López Obrador in Messico apre nuove prospettive per la regione, soprattutto per quel che riguarda i rapporti con il grande vicino del Nord. Al di là di Donald Trump, dice Prieto, c’è una necessità di relazione reciproca con gli Stati Uniti e non solo da parte del Messico, ma anche di Cuba, che sta affrontando grandi cambiamenti sociali ed economici.

 

Redazione Diritti Globali: Iniziamo da una breve contestualizzazione: dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del campo socialista europeo, la sinistra latinoamericana entra in crisi e riformula i suoi progetti.

Alberto Prieto: Il successo elettorale dei sandinisti e gli accordi di pace tra guerriglie e governi che si producono in diversi Paesi centroamericani hanno legittimato in un certo senso la sinistra. In cambio della deposizione delle armi, infatti, si riconosce la stessa esistenza politica della sinistra. Una cosa che è avvenuta, anche se tardi, in Colombia tra il governo di Juan Manuel Santos e la guerriglia delle FARC. Un processo nel quale l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) è ancora immerso. Ci sono stati anni, dopo questa legittimazione della sinistra, in cui è prevalso un certo stallo politico, ma le cose sono nuovamente cambiate con la vittoria di Hugo Chávez. L’ex presidente del Venezuela è riuscito a elaborare, nonostante i vari tentativi di rovesciarlo, una prospettiva, una visione che andasse al di là della realtà venezuelana e dell’America Latina. Dopo la sua prima visita a Cuba e con i suoi costanti contatti e scambi con Fidel Castro, Chávez ha costruito un movimento diverso, che è quello che propone in Venezuela la cosiddetta Quinta Repubblica, a partire dell’idea di Fidel di raggiungere l’unità attraverso la negazione, ovvero: ci uniamo contro quello che tutti detestiamo, perché quello che vogliamo è così diverso che sarebbe molto difficile unire e mettere d’accordo tutte le nostre aspirazioni. Questo ha dato avvio a un nuovo ciclo politico, segnato da trionfi elettorali della sinistra e dei movimenti nazionalisti progressisti in vari Paesi latinoamericani.

RDG: Possiamo parlare di unità nella geopolitica attuale della regione?

AP: È difficile parlare di unità in questo contesto. Il Brasile non ha il livello di integrazione interna del Messico, per esempio, e nemmeno la sua storica politicizzazione. In Brasile non c’è mai stata una rivoluzione e questo è un elemento di enorme peso. Vediamo qualcuno che grida “Lula libero” e altri che invece gridano “abbasso la fame”. Nessuno sa cosa potrà accadere prossimamente in Brasile, però, succeda quel succeda in quell’enorme Stato, avrà conseguenze in molti altri Paesi della regione.

Mi sembra che questo spirito di conformismo sul fatto che si stia chiudendo il ciclo progressista potrebbe in realtà segnare l’avvio di un’altra tappa che guarda a un nazionalismo democratico, che dipende dalle capacità delle forze democratiche e di sinistra. Abbiamo avuto leader carismatici che in un momento dato sono riusciti ad agglutinare altre forze, ma questo non sembra ormai essere più così scontato. E lo stiamo vedendo, per esempio, in Nicaragua, dove da un giorno all’altro una vittoria elettorale schiacciante si è trasformata in un panorama di incertezza.

RDG: I processi di trasformazione in America Latina sono molto segnati da forti personalità, con movimenti fatti a misura di questi personaggi. L’America Latina è condannata alla vecchia tradizione del caudillismo?

AP: Il caudillo e il fucile non sono né buoni né cattivi, dipende. Qualcuno disse che gli uomini non fanno la storia ma incarnano in un momento determinato i bisogni della maggioranza della popolazione, dall’indipendenza ai processi liberali. Ogni fenomeno politico che ruota attorno a una persona è circoscritto. Ogni Paese ha la sua specificità. Bisogna riflettere su questo tema perché altrimenti rischiamo di fornire armi al nemico, soprattutto dove il caudillismo, negativo o positivo, è esistito e continua a esistere. Io penso che esistano persone eccezionali ma sono casi rari, dunque i movimenti politici dovrebbero prepararsi e crescere nelle loro organizzazioni un cambio generazionale.

RDG: Parliamo dello stato delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina.

AP: Gli Stati Uniti nel 1947 rappresentavano il 60% della produzione mondiale, oggi arrivano sì e no al 19 o 20%, il che significa evidentemente che l’importanza degli Stati Uniti nel mondo è diminuita. Gli USA non hanno più la capacità di mantenere saldamente la loro influenza economica in America Latina. Per esempio, oggi il principale interlocutore socioeconomico di Paesi con governi conservatori come quello di Michel Temer in Brasile o di Sebastian Piñera in Cile è la Cina. Gli USA ormai fanno ricorso a politiche quasi protezioniste, quando fino a poco fa erano i sostenitori principali del libero commercio. In questo contesto l’America Latina ha un’importanza minore per gli Stati Uniti, anche perché è evidente che ha attraversato processi di cambiamento che hanno obbligato gli stessi USA a riaggiustare il tiro, per così dire.

RDG: I processi di integrazione regionale hanno avuto interessanti risultati nella tappa progressista, ma ormai sembrano in fase di recesso…

AP: L’integrazione in senso generale è una tendenza irreversibile. La sinistra è stata la forza trainante di questi processi, anche se certo ci sono stati dentro questi processi anche elementi di destra. Nella creazione della CELAC, la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, per esempio, si sono uniti fattori sia economici che politici. Quelli politici erano sicuramente di sinistra, ma quelli economici erano piuttosto di destra. Né il Brasile né l’Argentina sono disposti a rinunciare al Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale. Vorrebbero piuttosto che il Mercosur interessasse tutta l’America Latina, senza la problematica politica di sinistra. Il Mercosur per loro è una necessità e dubito che un’organizzazione come la CELAC (ci sono voluti 200 anni per costruirla) possa entrare in crisi, dato che risponde agli interessi di tutti i suoi integrati.

RDG: Il secondo Vertice della CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), celebrato all’Avana nel 2014, ha dichiarato l’America Latina come zona di pace. Questa intenzione di mantenere la regione fuori da conflitti e guerre è sostenibile?

AP: Si tratta di una dichiarazione ideologica, una concezione del mondo. Dire che l’America Latina è una zona di pace implica che non ci devono essere conflitti interni e questo la sinistra lo ha sottoscritto, perché ha rinunciato alla lotta armata. Non c’è dubbio che la dichiarazione della CELAC ha segnato un cambio. Una zona di pace è un valore ideologico condiviso al quale non dobbiamo rinunciare perché serve i nostri interessi, sia nazionali che internazionali.

RDG: In Messico ha vinto le elezioni con una solida maggioranza Andrés Manuel López Obrador. Che cosa potrebbe significare questa vittoria in una regione così in movimento?

AP: In mezzo a questo panorama poco confortante, la vittoria di López Obrador è una notizia importante, soprattutto in un Paese come il Messico che ha un peso economico e politico molto rilevante in tutta l’America Latina. Credo che in America Latina non ci sia nessun Paese con un nazionalismo acceso come quello messicano, per le lotte che hanno dovuto sostenere e per le perdite territoriali. Dire che i messicani si sono fusi attraverso le lotte e il loro nazionalismo è un po’ come una religione. I messicani oggi si sentono capaci di parlare vis-à-vis con i nordamericani. Perché c’è una realtà: ci sono negli Stati Uniti circa trenta milioni di messicani, legali e illegali, e perfino quelli che ormai sono di terza generazione negli Stati Uniti continuano a sentirsi messicani.

RDG: Il governo di López Obrador potrà modificare o ridefinire le relazioni con gli Stati Uniti?

AP: Credo che negli USA, a cominciare da Trump, abbiano compreso bene quello che è accaduto in Messico e sanno che López Obrador non è un burattino e questo può determinare dei cambiamenti in America Latina. Credo che il Messico sarà protagonista in questo senso. Il peso di questo Paese, come dicevo poc’anzi, è molto grande.

RDG: Parliamo delle riforme e degli aggiustamenti politico-giuridici, economico e sociali a Cuba. Quali sono le chiavi necessarie a capire questo processo, secondo lei?

AP: La scomparsa dell’URSS ha condizionato in modo molto grave Cuba e questo condizionamento si è concretizzato nel cosiddetto Periodo Especial. L’aiuto di Chávez a Cuba, poi, è stato enorme, ma purtroppo Chávez è morto e la realtà venezuelana oggi è molto diversa. Cuba è stato un Paese dipendente dall’estero, economicamente, dall’epoca della colonia. Il mercato interno non è mai stato considerato come rimedio di una situazione economica deteriorata. I cambiamenti erano necessari e questo lo si è capito dal momento in cui si sono dovute fare delle riforme costituzionali che consentissero l’investimento straniero e altre misure, finché si è arrivati a comprendere che bisognava in realtà redigere una nuova Costituzione. E questo, evidentemente, è un cambiamento davvero significativo, trascendente. Inoltre, ci stiamo rendendo sempre più conto di essere immersi nell’America Latina, dobbiamo accettare che siamo latinoamericani. Dobbiamo ora vedere se siamo un esempio o qualcosa di riconoscibile per il nostro mondo più vicino.

RDG: Le relazioni, o non relazioni, con gli USA continuano a segnare la realtà cubana e il suo futuro?

AP: Sì, indubbiamente. Questa realtà è arrivata alla sua espressione massima con l’ex presidente Barack Obama perché credo che il presidente Obama abbia rappresentato un neoliberalismo, diciamo, con ambizioni democratiche. Cuba si trova in una posizione geografica molto particolare, per cui a tutti conviene che ci sia una relazione, un’intesa. Ma questi tentativi di ristabilire una relazione da buoni vicini sono apparentemente finiti con Trump. Però, io credo che la politica dell’attuale presidente USA potrà avere successo ma solo a breve termine. Per Cuba è stato un colpo forte la fine del ciclo neoliberale democratico iniziato dai Clinton e poi proseguito da Obama. A partire da Trump non credo che la politica americana possa tornare a essere la stessa. Perché in quel Paese sono stati esacerbati gli animi e le passioni.

Credo che Cuba debba ritornare a resistere, ma in un contesto in cui abbiamo compreso la necessità di cambiare la nostra società. Il progetto di Costituzione, per il solo fatto di accettare e riconoscere sei tipi di proprietà differenti, rappresenta già un cambiamento notevole. Per questo il cambio di Costituzione a Cuba è una questione politico-ideologica trascendente, perché le Costituzioni non esprimono solamente la legalità giuridica ma anche la morale della società.

In ogni caso, vedo una tendenza, al di là di Trump, che è la necessità di relazioni reciproca. Questa fase non credo stia beneficiando nessuno ed è solo una questione congiunturale legata a Trump e ai suoi compromessi. Ma la relazione con gli Stati Uniti è di beneficio per entrambi i Paesi e dunque prima o poi arriverà.

RDG: Per concludere, una domanda sulla Colombia. Il processo di pace sta attraversando una crisi delicata, mette a rischio la dichiarazione della regione come zona di pace?

AP: Nella classe governante colombiana ci sono almeno due tendenze visibili: quella della vecchia oligarchia del caffè, esportatrice, allevatrice di bestiame, proprietaria terriera e quella dei nuovi industriali orientati verso il mondo della produzione e del mercato. Tutto questo, inoltre, metamorfosato dal narcotraffico. La guerra in Colombia non ha mai raggiunto l’intensità che raggiunse, per esempio, nel Salvador e questo dipende dalla correlazione di forze. Il presidente uscente, Juan Manuel Santos, rappresenta la vecchia borghesia che vuole diventare rispettabile, mentre la corrente dell’ex presidente Alvaro Uribe rappresenta l’oligarchia di allevatori e agricola, che ha beneficiato direttamente dello sfollamento della popolazione rurale.

Nonostante la vittoria del candidato uribista Ivan Duque alle presidenziali del maggio 2018, considero la gran quantità di voti ottenuti dal candidato democratico Gustavo Petro come una barriera all’oligarchia. Perché è evidente che quasi la metà del Paese vuole un cambiamento e un governo democratico.

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Alberto Prieto Rozos: è nato a Cuba nel 1939. Professore all’Università dell’Avana, si occupa di storia dell’America Latina. La sua nutrita bibliografia ripercorre i grandi temi e trasformazioni, anche attuali, che hanno attraversato e continuano ad attraversare questa regione. Tra le sue pubblicazioni: Ideología, economía y política en América Latina – Siglos XIX y XX (Editorial de Ciencias Sociales, La Habana, 2005); Mirándose a sí Misma – Apuntes para una Historia de América Latina (Editorial Aurora, Colombia, 2007); Las Guerrillas Contemporáneas en América Latina (Editorial Ocean Sur, Colombia, 2007); Procesos Revolucionarios en América Latina (Editorial Ocean Sur, México, 2009); Evolución de América Latina Contemporánea (Editorial de Ciencias Sociales, La Habana, 2009).

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Leggi qui la prefazione “I diritti globali al tempo degli algoritmi e del rancore”, di Susanna Camusso,

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