L’identità multipla dell’eroina

Scaffale. «Piccola città» di Vanessa Roghi, per Laterza. Il senso comune e le trame della storia intorno al tossico

Giuliano Santoro * • 26/3/2019 • Droghe & Dipendenze, Libri & culture • 256 Viste

L’eroina è tornata. Serve a trovare pace nella società della prestazione che ci vuole insonni e cocainomani. Viene consumata insieme ad altre droghe, in modo socialmente accettabile. In altri casi si presenta proprio come trent’anni fa, coi buchi agli angoli della strada e le bustine trovate a pochi soldi. È la sostanza che rispunta dalle pieghe del mercato reso spietato dalla clandestinità e dal proibizionismo.

È LA DROGA con la quale probabilmente non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo. Se ne occupa la storica Vanessa Roghi, in Piccola città (Laterza, pp. 223, euro 19). L’eroina, recita il sottotitolo è una «storia comune» che intreccia diversi punti di vista e differenti linee narrative: c’è la storia culturale della droga; c’è la vicenda paradigmatica del padre dell’autrice, passato alla fine degli anni Settanta dalla militanza nella nuova sinistra all’eroina; c’è la storia sociale della provincia dentro al quale si svolge la storia della famiglia dell’autrice, Grosseto.
La rappresentazione e la dimensione sociale, il senso comune e quello del pudore, si mescolano lungo le strade del capoluogo toscano che fu di Luciano Bianciardi, un altro tossicodipendente ante litteram, ucciso da overdose da alcol. La droga compare come dissipazione e svago per benestanti. Il drogato, scriveva negli anni cinquanta Indro Montanelli, come al solito divulgatore del senso comune piccolo borghese, conduce una vita «comoda e collusa con il cuore del potere».

L’OMICIDIO di Wilma Montesi nel 1954 e il milieu di tossici altolocati raccontati dalle cronache alimentano questo stereotipi. Ma già per Antonio Gramsci la diffusione della cocaina era indice del progresso borghese: «il capitalismo si evolve, costruisce categorie di persone completamente irresponsabili, senza preoccupazioni per il domani, senza fastidi e scrupoli». E con un’immagine suggestiva, annota Roghi nel suo brogliaccio, Dino Buzzati descriveva negli anni Sessanta l’esercito dei morfinomani convergere verso le farmacie notturne. «L’eroinomane fa soffrire la società, come se lui non ne facesse parte», perché élite o perché marginale.

SOLO DOPO IL BOOM economico la droga diventa ricerca di un altrove che si allontana dalle stanze del potere per abbracciare le controculture. Da estasi individuale le sostanze stupefacenti diventano pratica collettiva, come testimonia il successo (dapprima solo europeo) di William Burroughs. «La scimmia sulla schiena», per usare l’immagine burroghsiana, che si accovaccia sulla spalla dell’autrice e la accompagna per le pagine di questo libro è ancora più paradigmatico: è la ricerca di un padre.
Un altro romanzo maremmano di questi anni, Amianto, Alberto Prunetti ripercorre la storia working class del padre operaio specializzato. Se quella era l’occasione per riannodare i fili tra precariato cognitivo atomizzato e l’epica dei grandi poli industriali, «Piccola città» diventa il tentativo di ricostruire una storia di famiglia (Roghi di mestiere fa la storica) che si spezza proprio negli anni in cui la sinistra comincia a morire.

PER RIANNODARE i fili, e maggior ragione per ricostruire la storia, ci si rende conto della fine dell’idea stessa di progresso. Roghi si mette in scena mentre squaderna i suoi appunti perché sa che le nostre narrazioni non sono una linea dritta, non procedono per accumulo e non trovano sbocchi meccanicistici. Perché ha bisogno di fare i conti con questo cambio di paradigma e ha deciso che bisogna sfuggire dalla coazione a ripetere del tossico e di certi giochetti postmoderni. Perché sa che bisogna smettere di vivere, (de)scrivere e interpretare ogni giorno come se fosse l’ultimo, finendo per renderlo identico a sé stesso.

* Fonte: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

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