Migrante muore per un incendio nella nuova tendopoli di San Ferdinando

Sylla Noumo, 32 anni, senegalese, ha perso la vita nell’incendio della tenda in cui viveva. E’ la sesta vittima della Piana gioiese

Silvio Messinetti * • 23/3/2019 • Immigrati & Rifugiati • 180 Viste

Quando il cadavere carbonizzato di Sylla Noumo viene rimosso dalla tenda e la bara posta all’interno di un mezzo funebre e poi portata all’esterno per esser condotta in obitorio, un centinaio di amici si raccoglie in silenzio ponendo le mani sopra al carro funebre quasi per accompagnarne l’addio. Un triste commiato, nell’infinita processione di salme di San Ferdinando. Sylla, dopo Moussa, Becky, Surawa, Marcus, Dominic, è la sesta vittima di questa ecatombe della Piana gioiese. Bruciato vivo in un rogo notturno nella «nuova» tendopoli, quella costruita con la controfirma dello Stato e degli enti locali.

La tragedia di ieri è una debàcle per il governo. È la peggior conferma di quanto strumentale e disumana sia la linea del ministro dell’Interno, nonché senatore eletto in Calabria, Salvini. Colui che appena due settimane fa si vantava di aver risolto ogni problema demolendo la favela di San Ferdinando. «È stata finalmente cancellata una delle più vergognose baraccopoli d’Italia dove proliferavano degrado e illegalità. Dopo anni di chiacchiere, ora sono arrivati i fatti», si crogiolava il ministro, supportato dal prefetto di Reggio. Le chiacchiere, in realtà, erano le sue.

Non un problema dei raccoglitori è stato risolto con l’esibizione muscolare. Non è con le ruspe, con le tendopoli o con altre soluzioni emergenziali che si può metter fine alla condizione disumana in cui vivono questi lavoratori. «Chiediamo a gran voce che venga riavviato il progetto per l’insediamento abitativo diffuso al fine di dare dignità a questi uomini e donne impegnati nella raccolta degli agrumi» si affretta a dire Peppe Marra, referente Usb in questi luoghi e animatore del Comitato per il riutilizzo della case vuote- la soluzione agli immani problemi dei lavoratori passa, infatti, per il riconoscimento dei diritti salariali e previdenziali e per il riutilizzo di migliaia di case sfitte o abbandonate».

SYLLA, 32 anni, senegalese, era stato trasferito nella nuova struttura proprio in seguito all’abbattimento della baraccopoli. La tendopoli si trova a poche centinaia di metri dalla vecchia favela. L’incendio, secondo una prima ricostruzione, si sarebbe sviluppato in un angolo della tenda da sei posti, dove erano posizionati i cavi elettrici. «Siamo addolorati per la morte di una persona e se fosse successo nella baraccopoli abusiva il bilancio poteva esser più pesante» sono le lacrime di coccodrillo di Salvini, per nulla autocritico su una gestione fallimentare dell’emergenza. La vicenda presenta molti buchi neri. «E’ vero che si trattava di tende ignifughe- prosegue Marra- ma ciò non significa che queste non potessero bruciare, ma solo che la combustione è molto lenta. Il fatto che l’incendio si sia sviluppato in modo così repentino ci fa presumere che possa essere stato cosparso liquido infiammabile. D’altronde, la ghettizzazione e l’assembramento inumano di persone determina squilibri di convivenza che possono rivelarsi drammatici. E’ il concentramento di povertà il detonatore di tali tragedie».

IN TARDA mattinata è arrivato sul luogo il procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza. «Abbiamo aperto un’indagine e la dinamica è tutta da chiarire. A tal fine abbiamo acquisito le immagini delle telecamere interne». In effetti, i tempi rapidi in cui il rogo si è propagato e soprattutto il motivo per cui Sylla non sia riuscito a scappare rimangono ancora punti da decifrare. Il prefetto Michele Di Bari ha annunciato, da parte sua, l’arrivo di moduli abitativi per i migranti. Si tratta di strutture da otto posti dotate di bagno e cucina. «Non risolvono il problema – conclude Marra – e nel tempo si trasformeranno in mini ghetti. L’unica soluzione per noi è la creazione di tante altre Drosi». Drosi è una frazione di Rizziconi. Qui da sei anni i migranti e gli stagionali riescono a prendere in fitto una casa pagando solo 50 euro al mese ai proprietari su invito di Caritas e curia. Sono 150 lavoratori che pagano una cifra simbolica per assicurarsi un tetto quando termina la giornata di lavoro nei campi. Le case sono a costo zero per lo Stato e i migranti ricevono i servizi gratis. E’ il modello vincente a queste latitudini. L’alternativa è un eccidio senza fine.

* Fonte: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

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