Migranti. Sigilli allo Sprar nell’ex Canapificio di Caserta, il ministro esulta

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha in corso una sua personale guerra all’Ex Canapificio, una delle migliori esperienza di integrazione tra italiani e migranti in un territorio difficile come Terra di lavoro. Ieri il leader leghista ha esultato sui social: «Caserta, un centro sociale di estrema sinistra aveva occupato un edificio all’inizio degli anni 2000: è stato regolarizzato dalla regione Campania (anche se la convenzione è scaduta da tempo) e gestiva uno dei progetti Siproimi (ex Sprar) più grandi d’Italia con la benedizione del comune (giunta di sinistra). Oggi i carabinieri hanno sequestrato l’edificio, su disposizione della procura di Santa Maria Capua Vetere, per gravi carenze strutturali e per le pessime condizioni igienico sanitarie. Ma come? Il centro sociale incassava fior di soldi pubblici per l’assistenza dei ‘fratelli immigrati’ e non ha mai fatto manutenzione? La pacchia è finita».

Un post perfetto per confondere le acque. Il rinnovo della convenzione è in corso: da parte della regione, finora, c’è stato un ritardo ma non la volontà di troncare l’esperienza che, peraltro, ha continuato a operare anche quando a Palazzo Santa Lucia c’era il centrodestra. Stesso discorso per il comune, passato dall’amministrazione forzista al Pd. In quanto alle pessime condizioni, il vicepremier omette un dato: i sigilli sono arrivati per i capannoni industriali dismessi e occupati nel 1998, dove si tiene lo sportello legale e di aiuto per chi vuole chiedere il reddito di cittadinanza, i corsi per i migranti e le assemblee. Ma in quegli spazi non ci vive nessuno, i migranti dell’ex progetto Sprar (avviato dall’Ex Canapificio nel 2007) sono accolti in venti appartamenti disseminati nella città.

I sigilli al capannone, su ordine della procura, sono stati messi per carenze strutturali, in particolare infiltrazioni d’acqua che secondo il perito metterebbero a rischio l’edificio, e carenti condizioni igienico sanitarie. «Abbiamo un tavolo aperto con regione, comune e prefettura – spiega Mimma D’Amico – negli ultimi sei mesi abbiamo ricevuto ispezioni di vigili urbani, pompieri, tecnici regionali, ingegneri e nessuno ha rilevato un imminente pericolo di crollo. I lavori, poi, non spettano a noi ma alla proprietà, cioè la regione, con cui l’interlocuzione è aperta. I sigilli, evidentemente, rallentano l’iter in corso. Faremo opposizione».

Da oggi l’Ex canapificio allestirà un gazebo informativo all’esterno del capannone sequestrato per spiegare alla comunità cosa sta accadendo, sabato ci sarà una manifestazione, viste anche le tante telefonate di solidarietà da tutta Italia. «Ricordo al ministro Salvini – prosegue D’Amico – che siamo stati noi a promuovere il protocollo legalità con la prefettura nel 2011, rinnovato nel 2015, per tutelare i migranti vittime di reato, come caporalato e tratta. Animiamo i quartieri con progetti come Pedibus, cioè i migranti accompagnano a scuola i bambini di 200 famiglie casertane. Di pomeriggio insegnano loro le lingue straniere. Non basta un sigillo a fermare una comunità viva, antirazzista, resistente e solidale».

Salvini ha preso di mira l’Ex Canapificio dallo scorso giugno, quando due ragazzi ospiti dello Sprar, Daby e Sekou, divennero il bersaglio di tre italiani armati di un fucile ad aria compressa, Daby venne colpito mentre il gruppo gridava «Salvini, Salvini». Il leader leghista replicò via social: «La fonte è un centro sociale. Qualche verifica mi sembra doverosa». Poi a settembre, nel pieno delle polemiche per il dl Sicurezza, Salvini scrisse un post al loro indirizzo: «Che ci siano dei quattrini pubblici gestiti da chi occupò dei locali è una cosa bizzarra».

Il mese scorso la procura di Santa Maria Capua Vetere ha disposto un’ispezione con la verifica della documentazione dello Sprar. «Tutta l’operazione si è svolta con la totale e fattiva collaborazione degli operatori del progetto, i quali sono consapevoli della assoluta regolarità di tutte le attività svolte. Neppure un centesimo è stato sprecato o male utilizzato», scrissero all’epoca gli attivisti in una nota. L’input in procura era arrivato da un operatore allontanato perché sospettato di appropriazione indebita e, per questo, denunciato.

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO



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