Mille euro in meno in 7 anni. Salari al palo, record precari

Mille euro in meno in 7 anni. Salari al palo, record precari

Calo drammatico degli investimenti. 2,4 milioni di lavoratori precari guadagnano solo 5 mila euro all’anno; 4,3 milioni di lavoratori dipendenti hanno una retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno

La stagnazione italiana trova pochi riscontri nel sistema della deflazione salariale organizzata dell’Eurozona. A confronto con le cinque maggiori economie del continente (Francia, Germania, Olanda, Belgio e Spagna), operata da un’analisi di Lorenzo Birindelli per la Fondazione Di Vittorio su dati Ocse, tra il 2010 e il 2017 le retribuzioni medie reali per il lavoro dipendente a tempo indeterminato sono rimaste inchiodate a quota 29 mila euro lordi annui. In sette anni non sono cresciute, diversamente da quanto accaduto in Germania rispetto al 2010, sia pure in un quadro salariale poco dinamico e aggravato da una crisi che ha prodotto la protesta dei «Gilet gialli» in Francia, ad esempio. Nel confronto sono stati persi circa mille euro. Solo la Spagna ha un livello paragonabile di perdita del potere di acquisto. In un paese dov’è più intesa e spietata «l’epoca dell’anestesia» di massa, così definita nell’omonimo libro scritto dal filosofo belga Laurent De Sutter, al momento non esiste un livello paragonabile di mobilitazione. E tuttavia la crisi è senz’altro più grave di quella francese. L’elaborazione dei dati della Fondazione Di Vittorio, a partire dall’indagine Istat sul mercato del lavoro 2018 (ne abbiamo parlato su Il Manifesto del 26 febbraio scorso) e quelli Inps sul precariato (Il Manifesto del 25 gennaio), descrivono l’anomalia italiana nella sua gravità, esistenziale e politica, apparentemente impotente e politicamente neutralizzata.

LA STAGNAZIONE dei salari va inquadrata in uno dei perimetri occupazionali più bassi dell’Eurozona. La crescita registrata nell’ultimo biennio ha unicamente riportato questo tasso al livello di dieci anni fa, prima della crisi (58,5%). Per raggiungere quello medio europeo (67,9%), servirebbero 3,8 milioni di occupati in più. Una chimera, considerate le prime avvisaglie di recessione «tecnica» registrate a dicembre 2018. Siamo in una crescita occupazionale definita «a bassa intensità lavorativa» con più precari occupati, per meno ore, e pagati sempre peggio. Questo aspetto emerge nel report della Fondazione Di Vittorio: il part-time è fortemente cresciuto, soprattutto quello involontario, penalizzando fortemente la retribuzione oraria, in un modo unico in Europa: il 70,1% rispetto al lavoro full-time, contro una media Ue dell’83,6%. Questo significa che 4,3 milioni di lavoratori dipendenti a metà tempo hanno retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno; 2,4 milioni non arrivano nemmeno a 5 mila euro.

È IL PROFILO dei lavoratori poveri (working poors), quelli che lavorano e non arrivano alla fine del mese. E, se possiedono un reddito Isee superiore anche di poco ai 9.360 euro annui, potrebbero essere esclusi persino da quella misura di controllo sociale e incentivazione alle imprese che i Cinque Stelle chiamano truffaldinamente «reddito di cittadinanza».

LE SFUMATURE DEL PRECARIATO, da quello più «stabile» a quello più occasionale e selvaggio, è il 32% sul totale degli occupati. Sugli oltre 15 milioni lavoratori dipendenti presenti negli archivi dell’Inps nel 2017 dodici milioni di persone avevano una retribuzione inferiore ai 30 mila euro. Solo 3,2 milioni di dipendenti superavano i 30 mila euro. Le differenze salariali erano enormi: i «fissi» arrivano a 35,480 euro, gli altri partono da 5,5 mila e non superano i 18 mila euro. Queste enormi disparità si sono moltiplicate nel corso della crisi di questi anni, fino a macinare record. Come sempre avviene nelle crisi è cambiata radicalmente la qualità del lavoro, aggravando le costanti italiane. Lo si vede sui part-time, ma è la spia di un processo generalizzato: la composizione professionale, e quindi la qualità del lavoro, è spostata verso il basso. Chi ha una qualifica medio-alta soffre le peggiori penalizzazioni, sia salariali che soggettive legate alla non valorizzazione dei saperi e delle conoscenze. Non sono dunque i salari a fermare una crescita, per di più in drastico rallentamento, ma sono i pochi investimenti pubblici e privati che determinano il ristagno della produzione e dell’occupazione. Gli investimenti fissi a prezzi costanti sono stati nel 2018 pari a solo i quattro/quinti del 2008.

«LA SCARSA CRESCITA delle retribuzioni è sia la causa, che l’effetto, dello scarso sviluppo del nostro paese – sostiene Fulvio Fammoni presidente della Fondazione Di Vittorio – provoca gravi disagi alla condizione delle persone e rappresenta una delle cause della permanente situazione emergenziale dei conti pubblici».

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Foto: Pixabay CC0 Creative Commons



Related Articles

Grilli: una manovra-bis? Non serve

Vertice dal premier con Passera e Giavazzi, si accelera sul riordino degli incentivi

Quelle slot machine che entrano nelle case con l’ok dello Stato

 Mille nuovi giochi autorizzati online

Forse è solo un esempio in più di un’Italia in cui si predica in un senso di marcia e si razzola nell’altro. È il Paese in cui i partiti della maggioranza chiedono liberalizzazioni, ma bloccano le gare sulle concessioni demaniali.

Cercasi tesoretto per detassarli e spunta il reddito di disoccupazione

Il governo studia la riforma degli ammortizzatori sociali   L’intenzione è anche quella di compensare i sacrifici pensionistici 

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment