Missile dell’Arabia Saudita sull’ospedale di Save the Children: sette morti in Yemen

Nel quarto anniversario della guerra al paese più povero del Golfo, colpita di nuovo una clinica gestita da Save the Children. Tra le vittime quattro bambini

Chiara Cruciati * • 28/3/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 245 Viste

Il quarto anniversario di guerra contro il paese più povero del Golfo è stato «celebrato» martedì dalla coalizione a guida saudita con un bombardamento che ha ucciso sette persone, tra cui quattro bambini.

Nel mirino un distributore di carburante a Ritaf, nel nord ovest dello Yemen. Ma a subirne gli effetti devastanti è stato anche l’ospedale accanto, gestito da Save the Children. È successo alle 9.30 di mattina, l’ospedale era già operativo da mezz’ora.

«Molti pazienti e il personale stavano ancora arrivando – scrive in una nota l’associazione – Sembra che il missile sia caduto a meno di 50 metri dall’edificio principale della struttura ospedaliera. Tra le vittime un operatore sanitario, che ha perso la vita insieme ai suoi due bambini. Nell’attacco in cui hanno perso la vita anche altre due bambini e un addetto alla sicurezza, sono rimaste ferite altre otto persone».

«In Yemen sosteniamo 167 cliniche e 23 ospedali in undici governatorati, per lo più nel nord-ovest – spiega al manifesto Daniela Fatarella, vice direttrice di Save the Children Italia – Li sosteniamo con personale medico, attrezzature, formazione del personale locale e fondi. In quattro anni di guerra abbiamo raggiunto 180mila bambini».

Un lavoro diffuso che va dalle cure sanitarie primarie alla scuola: «Rispondiamo anche alle emergenze, difterite, diarrea, colera. Malattie che sembrano facilmente curabili ma che vanno intercettate con campagne di vaccinazione. Ogni giorno mille bambini yemeniti vengono contagiati: già in passato la situazione della struttura fognaria era critica, oggi dopo quattro anni di bombardamenti è quasi impossibile accedere ad acqua pulita».

Un sistema sanitario al collasso a causa del conflitto, con la campagna aerea saudita che – si legge in diversi rapporti Onu e di organizzazioni per i diritti umani – prende scientemente di mira infrastrutture, zone residenziali, cliniche, scuole. E che ha ridotto letteralmente alla fame la popolazione: «Ad oggi 85mila bambini sono morti per fame e malattie – continua Fatarella – Trattiamo anche la malnutrizione acuta. I bambini vengono curati in due modi: o con cibo altamente proteico e nutriente che permette con un dosaggio settimanale di ristabilire il peso; o con un percorso specifico nei centri di nutrizione quando il bambino è troppo debole per riuscire a mangiare da solo».

Programmi e progetti fondamentali ma che, come sottolinea Save the Children, vengono minati dal prosieguo del conflitto e la mancanza di pressioni internazionali sulle parti in guerra. Che dettano le regole: «È difficile far entrare aiuti a causa dell’embargo saudita sul porto di Hodeidah – conclude Fatarella – Allo stesso tempo la mobilità all’interno del paese, soprattutto verso le zone rurali, è complessa sia per la necessità di ottenere permessi per persone e merci, sia per i bombardamenti continui». In quattro anni 19mila, uno ogni due ore.

Il raid di martedì (a cui ne sono seguiti altri ieri, a Taiz, Saada, Haradh) ha segnato lo scoccare dei quattro anni dall’inizio dell’operazione, ribattezzata il 26 marzo 2015 Tempesta decisiva dalla coalizione di paesi sunniti con in testa l’Arabia saudita. E mai conclusa: il movimento dei ribelli Houthi, che a settembre del 2014 aveva occupato la capitale Sana’a chiedendo maggiore inclusione politica, è ancora lì.

E la guerra, da qualcuno etichettata come il Vietnam saudita, sta in realtà facendo il suo «dovere»: il commercio di armi è fruttuoso e Riyadh ha velocemente scalato la classifica dei paesi importatori di armi. Da dove importi, è noto: dagli Stati uniti, ma anche dall’Europa, Gran Bretagna in testa.

Un ruolo di primo piano lo mantiene l’Italia e la fabbrica sarda della tedesca Rwm, nella comunità di Domusnovas, produttrice di bombe usate in Yemen contro la popolazione civile, come dimostrato da inchieste sia italiane che straniere.

Solo tre giorni fa a Roma tornava in piazza chi da anni si batte contro la violazione della legge 185/1990 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o che violano i diritti umani: una delegazione del movimento «Sardegna Pulita» ha marciato nella capitale insieme ad altre realtà pacifiste italiane.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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