Razzismo. Una settimana dell’UNAR contro ogni discriminazione

Al di là delle opposte scemenze: una che si suppone “di sinistra” – l’Italia è un paese razzista – e un’altra “di destra” – chi spara ai negri, non è un razzista ma un matto – la questione dell’immigrazione di stranieri nella nostra società rimane cruciale. Per questo è di grande importanza la settimana che [&hellip

Luigi Manconi e Federica Graziani * • 17/3/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 145 Viste

Al di là delle opposte scemenze: una che si suppone “di sinistra” – l’Italia è un paese razzista – e un’altra “di destra” – chi spara ai negri, non è un razzista ma un matto – la questione dell’immigrazione di stranieri nella nostra società rimane cruciale.

Per questo è di grande importanza la settimana che si apre, e che le Nazioni Unite hanno dedicato alla mobilitazione contro l’intolleranza e la segregazione. In Italia, a farsene promotore, è l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar). Già lunedì 18 alle 15:00, a Roma, nella Sala Polifunzionale del Dipartimento Pari Opportunità, si terrà un primo appuntamento dal titolo “Testimoni”. Una serie di conversazioni coordinate da Marino Sinibaldi con chi può documentare, in prima persona, gli effetti delle politiche di discriminazione. Un ebreo di ottantuno anni, fortunosamente sfuggito al rastrellamento del 16 ottobre 1943 nel ghetto di Roma, poi la lunga e così dolente e allo stesso tempo ricca storia di una famiglia rom di Lanciano, gli Spinelli, attraverso tre generazioni, a partire dalla detenzione del nonno nel campo di Rapulla – una delle tantissime strutture in cui vennero imprigionati rom e sinti italiani negli anni 40. Infine, l’Orchestra dei Braccianti di Cerignola, ensemble interamente composto da stranieri impiegati nell’agricoltura, in un settore e in un territorio dove domina il lavoro irregolare.

Siamo a un nodo cruciale, quello che riguarda la storia e la memoria. In un’Italia dove un autorevole personaggio pubblico, titolare di un altissimo ruolo istituzionale in Europa, definisce candidamente la congiura mussoliniana per uccidere Giacomo Matteotti una “drammatica vicenda” e poi, per correre ai ripari, ammette di “aver sbagliato con l’italiano”, emerge un deficit a dir poco enorme di consapevolezza storica e coscienza nazionale. La frase, ahinoi, è abusata, ma dal momento che nulla di meglio è stato trovato, lo si ripete ancora una volta.

Siamo in presenza di un velenoso processo di “banalizzazione del male”. Conseguenza di due dinamiche convergenti che finiscono per coincidere in un solo fenomeno: l’immediatismo nella cultura e nella politica.

L’intera elaborazione intellettuale e l’intera attività politica sembrano concentrarsi sul presente, e sul presente soltanto, circoscritte in una dimensione di cortissimo respiro e brevissimo sguardo. Così il sovranismo del senso comune alimenta e viene a sua volta alimentato dal sovranismo dell’azione pubblica. Per smontare questo dispositivo, è necessario un impegno aspro e costante. L’Unar vuole contribuirvi, in particolare durante questa settimana, con delle iniziative che ricolleghino intimamente passato e presente. E il presente dell’immigrazione, in Italia, non è fatto solo di allarmi sociali e campagne d’odio, di mobilitazione reazionaria contro i fantasmi dell’“invasione” e di appelli immaginifici allo scenario della “sostituzione etnica coordinata dall’Unione Europea”.

Al contrario, ci sono in Italia milioni di stranieri regolari che vivono in una condizione di relativa integrazione e, tra essi, 900mila minori che frequentano le scuole pubbliche. E c’è una leva di giovani di seconda generazione, che pensano in italiano oltre che nella lingua dei loro genitori, che scrivono, si dedicano alle arti figurative, fanno teatro, cinema, musica.

Mercoledì e giovedì prossimi, negli spazi della Città dell’Altra Economia, a Roma, il festival “A ciascuno piace l’altro” offrirà loro un’occasione e un pubblico. Se è vero che le società si costruiscono prima di tutto dentro il proprio immaginario, e se questo è la sorgente originaria da cui possono emanarsi le forme che si decide di dare a se stessi per nutrire la vita, la propria e quella altrui, per approfondirla, per portare, infine, l’avventura umana e sociale su un altro livello – come ci ha insegnato Felwine Sarr – allora il 20 e 21 marzo nell’ambito di quel festival sarà possibile incontrare un capitale simbolico, intellettuale e artistico. Capitale che potrà concorrere a costruire un progetto di società, di convivenza, di civiltà. Che, insomma, sarà capace, se lo si vuole, di costruire un futuro.

* Fonte: Luigi Manconi e Federica Graziani, IL MANIFESTO

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