Venezuela. L’ultima trovata di Guaidó, «Operación Libertad»

Venezuela. L’ultima trovata di Guaidó, «Operación Libertad»

91 viaggi all’estero costati più di 310 milioni di bolívares (circa 100mila dollari), a cui vanno aggiunti altri 260 milioni in spese di alloggio dentro e fuori il paese, per un totale di oltre 570 milioni non dichiarati al fisco e non compatibili con uno stipendio da funzionario pubblico. È con questa motivazione che il controllore generale della Repubblica Elvis Amoroso, sulla base della Legge anti-corruzione, ha proceduto a interdire dalle cariche pubbliche, per 15 anni, il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó.

L’INTERDIZIONE arriva in un momento in cui l’autoproclamato presidente ad interim, il cui interinato sarebbe in realtà dovuto scadere più di un mese fa, sta cercando di uscire dal pantano in cui si è cacciato con la sua lunga serie di promesse non mantenute e di annunci senza conseguenze pratiche.

L’ultima carta da lui giocata è quella del lancio dell’Operación Libertad, «la fase massima di pressione per ottenere la fine definitiva dell’usurpazione», come ha dichiarato Guaidó il 24 marzo, due giorni dopo la sua esortazione a marciare «insieme verso Miraflores per recuperare l’ufficio di tutti i venezuelani». Quindi, approfittando del nuovo black-out che ha colpito il Venezuela lunedì scorso, a quanto pare frutto di un incendio nella centrale di Guri provocato da un colpo di fucile, il leader di estrema destra ha convocato per sabato manifestazioni di protesta su tutto il territorio, annunciando inoltre per il 6 aprile «una prima simulazione della Operación Libertad nel paese».

L’ENNESIMO ANNUNCIO, tuttavia, non è stato affatto preso bene dall’ormai disillusa opposizione venezuelana, la quale, nelle reti sociali, ha riversato il suo sarcasmo sul singolare invito alla “simulazione”: «Si farà una simulazione di un’azione definitiva? Cioè si mostrerà a Maduro come si farà a destituirlo prima che accada?», è stato uno degli oltre 30mila commenti giunti in meno di tre ore.

L’INCONCLUDENZA DI GUAIDÓ ha anche obbligato gli Stati uniti a ricalibrare la propria strategia, a cui il governo bolivariano ha ricondotto sia il cyberattacco contro il servizio elettrico del 7 marzo sia la cospirazione – dietro cui in molti vedono la mano di Elliott Abrams – venuta alla luce con l’arresto, il 21 marzo, del capo dello staff di Guaidó, Roberto Marrero.

Stando alle informazioni recuperate dal suo cellulare, Marrero avrebbe diretto un gruppo impegnato a pianificare assassinii selettivi e attentati contro i servizi pubblici attraverso il reclutamento di mercenari provenienti dal Nicaragua, dall’Honduras e da El Salvador, pagati con denaro sottratto ai conti che il Venezuela possiede presso banche internazionali.

Secondo quanto emerso dalle indagini, parte di questo denaro veniva depositato in un conto presso la banca Banesco Panama intestato al cugino della madre di Guaidó Juan Planchart, consulente legale di Rosneft, la principale impresa petrolifera russa. Planchart, arrestato il 25 marzo, aveva promesso a Guaidó un miliardo di dollari provenienti da un’operazione che avrebbe contato sulla complicità del governo dominicano, il quale, già detentore del 51% delle azioni della raffineria Refidomsa, avrebbe realizzato l’acquisto forzoso del restante 49% posseduto dalla Pdv Caribe, una filiale della Pdvsa, la compagnia petrolifera venezuelana, con il pretesto delle sanzioni economiche imposte al paese. Un acquisto, però, il cui pagamento non sarebbe stato versato al governo, bensì depositato sui conti controllati da Guaidó.

La tensione è salita ulteriormente con l’arrivo in Venezuela di due aerei militari russi, con un centinaio di soldati e 35 tonnellate di attrezzature e forse – questo almeno, stando alla Reuters, sarebbe il timore degli Usa – con personale specializzato in sicurezza informatica, incaricato di difendere le infrastrutture venezuelane da attacchi hacker.

L’ARRIVO DEGLI AEREI RUSSI, nel quadro di un trattato di collaborazione tecnico-militare firmato nel 2001 tra i due paesi, è apparso agli Usa come un’aperta sfida alla dottrina Monroe, opportunamente resuscitata per contrastare la crescente influenza russa e cinese in America latina.

«La Russia deve lasciare il Venezuela», è stata la reazione di Trump, subito seguita dalla dura risposta della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. La quale ha ricordato che «né la Russia né il Venezuela sono province degli Stati uniti», denunciando l’arroganza di Washington «nel prescrivere a Stati sovrani i modi in cui devono relazionarsi» e concludendo che i militari russi resteranno nel paese «tutto il tempo che sarà necessario, finché sarà utile al governo del Venezuela».

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO



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