Brasile. Con Bolsonaro si aggrava la questione indigena, 110 assassinati nel 2018

Nelle misure in arrivo una visione coloniale dell’Amazzonia e dei territori dei nativi. Sempre più «corpi estranei», privati anche del diritto alla salute

Francesco Bilotta * • 18/4/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 609 Viste

In Brasile la «questione indigena» si ripropone con tutta la sua forza e le sue implicazioni. Il governo Bolsonaro sta varando misure che esprimono la sua visione coloniale nei confronti dell’Amazzonia e dei territori indigeni, come era avvenuto nel periodo della dittatura militare.

Joenia Wapichana, la prima donna indigena eletta alla Camera dei deputati, è riuscita a costituire all’interno del Congresso il «Fronte parlamentare in difesa dei diritti dei popoli indigeni». Nel Parlamento più conservatore e reazionario degli ultimi 30 anni, la deputata indigena ha realizzato una importante iniziativa che si pone come obiettivo la difesa istituzionale dei popoli tradizionali del Brasile, minacciati dalle politiche del governo Bolsonaro.

HANNO ADERITO AL FRONTE 219 deputati e 29 senatori, appartenenti ai gruppi parlamentari di Pt, Psol, Pc do Brasil, Rede, Psb, Pdt. Il gruppo di parlamentari stabilirà rapporti diretti con i rappresentanti indigeni, per contrastare l’offensiva in atto e fermare tutte quelle attività che mettono in pericolo la sopravvivenza delle 300 comunità indigene brasiliane.

Nara Barè, che presiede il Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana (Coiab) e che rappresenta 180 comunità tradizionali di 9 Stati, ha espresso la sua soddisfazione, affermando: «Nel Congresso e nei territori vanno contrastate con forza le politiche anti-indigene del governo Bolsonaro, il suo progetto di liberalizzazione dell’attività mineraria, il prolungamento della strada BR 163, la costruzione della centrale elettrica di Cachoeira Porteira, nel Parà».

Ma nel paese si percepisce un clima di ostilità nei confronti degli indigeni. Alcuni mesi di forsennata campagna anti-indigena hanno lasciato il segno nella società brasiliana. Gli slogan lanciati da Bolsonaro e che prendono di mira i popoli originari hanno trovato terreno fertile in ampi settori sociali. «Il Brasile ai brasiliani», «Gli indigeni non possono ostacolare lo sviluppo del Brasile», «Non concederemo un centimetro di terra», sono espressioni che sono risuonate nei dibattiti televisivi e sui social.

Nel paese si è fatta sempre più strada l’idea che la tutela dei territori indigeni rappresenti un ostacolo allo sviluppo economico del Brasile. «Gli interessi e il benessere di 200 milioni di brasiliani vengono prima di quelli di 800 mila indigeni», ripetono i rappresentanti dei settori legati all’agrobusiness e alle attività minerarie. In questa fase di crisi economica, si è fatta più debole nella società brasiliana la convinzione che la tutela dell’ambiente coincida con la tutela delle popolazioni indigene.

GLI INDIGENI visti come “corpo estraneo” è una delle conseguenze più drammatiche del nuovo ciclo politico brasiliano. In questo clima si assiste ad un aumento delle violenze e a continue invasioni dei territori indigeni. Secondo il Consiglio indigeno missionario (Cimi), nel 2018 si sono registrati in Brasile 110 assassini di indigeni. Dall’inizio del 2019 le invasioni hanno subito una intensificazione e sono almeno 8 le realtà territoriali interessate, nel Parà, Maranhao, Rondonia, Espirito Santo, Rio Grande do Sul.

Le misure varate da Bolsonaro, fin dal primo giorno del suo insediamento, mirano a smantellare quelle strutture e organismi che preservano e garantiscono i diritti sanciti dalla Costituzione del 1988.

La Fondazione nazionale dell’indio (Funai), è stata trasferita dal ministero della Giustizia a quello della «Donna, famiglia e diritti umani» e le attività di demarcazione delle terre, di competenza della Fondazione, trasferite al ministero dell’Agricoltura guidato dalla ruralista Tereza Cristina.

LA DIFESA DEI TERRITORI ha sempre avuto una centralità storica nella mobilitazione indigena e ora il compito di demarcarli passa sotto il controllo di un ministero che esprime gli interessi della bancada ruralista. Per completare l’opera, il governo Bolsonaro ha nominato presidente della Funai il generale di riserva Ribeiro de Freitas, già designato da Temer e poi dimessosi per assumere il ruolo di collaboratore per la società mineraria canadese Belo Sun Ming.

SIAMO IN PRESENZA di un enorme conflitto di interessi che getta ulteriore allarme. Ma c’è un nuovo terreno di scontro tra il governo Bolsonaro e comunità indigene: lo smantellamento di tutte le strutture che tutelano la salute. Il movimento indigeno ha lottato a lungo per arrivare ad avere un organismo specifico che si occupasse della salute delle popolazioni, che sono esposte a numerose malattie e che abitano in zone remote e di difficile accesso. Nel 2010 fu creata la Segreteria speciale di salute indigena (Sesai), con la costituzione di 34 distretti sanitari in base a criteri geografici, epidemiologici ed etnici.

In questi giorni il ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta, legato alla lobby ruralista e un passato di opposizione ai diritti umani, ha comunicato lo smantellamento di questo sistema di assistenza e il passaggio delle competenze ai singoli municipi.

Sonia Guajajara, che coordina l’Apib (Articolazione dei popoli indigeni), afferma: «Questa decisione è frutto di un preconcetto verso gli indigeni ed evidenzia la visione razzista del governo. Si mira all’integrazione e all’assimilazione culturale dei popoli indigeni, ma la municipalizzazione della salute significa il nostro genocidio, perché i municipi non sono in grado di gestire le problematiche relative alla nostra salute».

MENTRE È IN CORSO la più grave offensiva degli ultimi 30 anni, le comunità indigene si stanno preparando a partecipare, dal 24 al 26 aprile, al loro più importante appuntamento annuale, l’Acampamento Terra Livre. Dalle zone più remote del paese arriveranno a Brasilia con i loro costumi tradizionali e con la volontà di riaffermare i loro diritti. Sono tante le questioni da affrontare, con le donne indigene in prima fila.

I movimenti ambientalisti, dei diritti umani, il movimento dei Senza Terra, sono impegnati a costruire con le comunità indigene un percorso di resistenza.

* Fonte: Francesco Bilotta, IL MANIFESTO

photo: Senado Federal [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This