Guerra in Libia, Salvini già chiude i porti

C’è un «rischio serio e concreto» di fuga in massa dei profughi secondo il presidente del Consiglio. Per il ministro dell’interno invece «non cambia niente» perché «chi fugge dalla guerra fugge in aereo, controllato»

Domenico Cirillo * • 15/4/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati • 344 Viste

Diplomazia nazionale. A Roma il vice di Serraj e il ministro degli esteri del Qatar

«L’Italia vuole avere un ruolo in Libia, quello di paese facilitatore del processo di pacificazione e stabilizzazione». Arrivando a Bari per la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico, il presidente del Consiglio si cala ancora una volta nella parte di un Chamberlain del popolo, la stessa inaugurata al tempo della fallimentare conferenza di Palermo. Conte non può distrarsi troppo, però, perché deve ricordare ai suoi ministri che comanderebbe lui. «Coordino personalmente il dossier libico per evitare iniziative personali», ha dettato al Fatto. Ma Salvini, rimasto a Roma al gran premio elettrico, incontra i cronisti e smonta la strategia di Lord Conte con due dichiarazioni. Prima riprende la guerra alla Francia: «Speriamo che non stia ripetendo lo stesso scherzetto del passato per i suoi interessi economici, perché poi ne paghiamo noi le conseguenze». Poi fa spallucce davanti al rischio umanitario riconosciuto dal presidente del Consiglio e dalla ministra della difesa: «Se la situazione peggiora non cambia nulla, i porti restano chiusi, i pochi che scappano dalla guerra arrivano in aereo». Prendendo gli arei al volo, evidentemente, visto che sotto le bombe gli aeroporti restano chiusi.

Il dialogo intessuto dall’Italia pende dal lato del governo Serraj, ed è naturale che sia così se lo stesso presidente del Consiglio, sempre ieri, ha raccontato di aver chiesto personalmente ad Haftar lo «stop alla deriva militare», il giorno prima che il generale scatenasse l’offensiva. Stanno per arrivare a Roma il vicepremier e ministro degli esteri del Qatar Mohammed Al Thani, sostenitore (e finanziatore) del governo di Tripoli, e Ahmed Maitig, il vice di Serraj nel «governo di accordo nazionale». Lunedì Conte e l’evanescente ministro degli esteri Moavero avranno due diversi incontri con Al Thani e Maitig – Salvini ha interrotto i suoi tour elettorali del fine settimana per restare a tiro e provare a infilarsi in uno dei vertici diplomatici. L’Italia punta a ottenere da Haftar una tregua nell’offensiva verso Tripoli, e lo fa dialogando con gli avversari del generale. Il contropiede dei militari fedeli a Serraj, registrato ieri sul terreno libico, può aiutare questa strategia. Ma può anche segnare l’inizio di una spirale di guerra.

Di fronte al precipizio, il ministro dell’interno è evidentemente molto preoccupato. Perché teme la ripresa dei flussi migratori che si vanta di aver interrotto sabotando il lavoro delle ong e lasciando mare aperto ai libici per il recupero dei fuggitivi. La Libia, ha del resto sostenuto appena una settimana fa per essere immediatamente smentito dalla Ue e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, è ormai un «porto sicuro». Come si vede.

Se Conte riconosce il rischio «serio e concreto» di una crisi umanitaria che potrebbe spingere migliaia di profughi sulle rotte del Mediterraneo, e se la ministra della difesa «non esclude un’ondata di arrivi», Salvini ripete la sua linea con la consueta malagrazia: «I barchini, i barconi, i gommoni e i pedalò nei porti italiani non ci arrivano». La tesi che «non cambia nulla sulle politiche migratorie» è evidentemente insostenibile, ma si capisce che il ministro che ha costruito il suo consenso sulla linea dura sia terrorizzato per quello che può accadere, oltretutto a ridosso delle europee. Per questo ripete – ai colleghi di governo – che «in Italia si arriva solo con il permesso». E descrive l’impossibile scenario di una fuga ordinata e coordinata: «Dalle zone di guerra si parte riconosciuti, non si arriva in Italia millantando di partire da zone di guerra». Nemmeno il suo decreto sicurezza, però, può impedire a un profugo di guerra di chiedere, e ottenere, l’asilo.
Ma è chiaro che la Lega non si rende conto di cosa significhi un’emergenza umanitaria, se anche il viceministro Garavaglia può sostenere che «per fortuna abbiamo messo in campo l’operazione porti chiusi e il segnale è chiaro». Persino il 5 Stelle Brescia, presidente della prima commissione alla camera, avverte che non è così: «L’impianto disegnato dal ministro dell’interno regge solo con un numero degli arrivi molto contenuto e un aumento dei rimpatri. I dati dei rimpatri sono sotto gli occhi di tutti. Se anche il tappo della Libia dovesse saltare, dovremmo fronteggiare una vera emergenza flussi».

Fonte: Domenico Cirillo, il manifesto

 

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