Istat. Sale la disoccupazione e il lavoro resta precario

Gli effetti della recessione stanno arrivando su quello che il presidente del Consiglio Conte aveva definito “un anno bellissimo” in cui ci sarà “una ripresa incredibile”. I più colpiti dalla crisi che non è mai finita restano i 35-49enni

Roberto Ciccarelli * • 2/4/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 179 Viste

Gli effetti della recessione stanno arrivando sul mercato del lavoro. A febbraio sono calati i lavoratori dipendenti (-44mila), di cui 33 mila permanenti e 11 mila a termine, mentre sono aumentate le partite Iva (+30 mila). Il calo dell’occupazione è concentrato nella fascia di età più colpita negli anni della crisi: quella tra i 35 e i 49 anni (-74 mila), mentre la principale asimmetria nel mercato del lavoro – quella generazionale – è confermata: lavorano di più, sia pure precariamente, gli ultracinquantenni (+51 mila). Tra gennaio e febbraio la disoccupazione è aumentata dal 10,5% al 10,7%. Il dato sul trimestre – dicembre-febbraio – è tuttavia stabile rispetto al 2018. Sull’anno la disoccupazione è calata leggermente (-1,4%, pari a -39 mila unità). Per Eurostat l’Italia è terza per disoccupazione nell’Unione Europea. Tra gli stati membri il tasso più alto è quello della Grecia (18% a dicembre 2018), seguita dalla Spagna (13,9%).

I dati mensili, comunicati ieri dall’Istat, vanno contestualizzati sull’ultimo anno e rispetto alle trasformazioni strutturali in corso da tempo su un mercato del lavoro altamente precarizzato come quello italiano. Tra febbraio 2018 e febbraio 2019 sono stati persi 65mila occupati «fissi», mentre i dipendenti a termine sono aumentati di 107mila unità e le partite Iva di 71 mila unità. L’occupazione cresce (+113 mila unità), ma è quasi totalmente trainata dal nuovo precariato e comunque dal lavoro autonomo, volontario e involontario. Questo processo è stato solo parzialmente rallentato dal ritorno del tempo indeterminato, registrato nell’ultimo scorcio del 2018, causato probabilmente dalla fine degli sgravi stanziati per gli under 35 nel triennio precedente che ha fatto aumentare il numero delle conversioni dei contratti a tempo determinato in indeterminato (senza articolo 18, grazie al Pd). Potrebbe avere giovato anche la parziale coincidenza temporale con l’approvazione del «decreto dignità», un modesto maquillage sulle causali dei contratti a termine approvato nell’agosto scorso dal governo penta-leghista ed entrato in vigore a novembre 2018.

Una tesi cara ai Cinque Stelle, ma difficilmente dimostrabile nelle ultime settimane del 2018. Lo sarebbe anche per i primi due mesi del 2019. Dai dati Istat non emerge infatti un rapporto di causa ed effetto tra la reintroduzione della causale ai contratti a termine dopo i primi dodici mesi, il rifiuto delle aziende di rinnovarli e il successivo licenziamento. L’aumento, al momento solo mensile, della disoccupazione sembra la risposta a un più generale andamento recessivo dell’economia. Un’altra conferma è arrivata ieri il ministero dei trasporti ha parlato di un crollo del 9,6% a marzo delle immatricolazioni auto (6,5% sull’anno), nel primo mese dell’ecobonus voluto dal governo.

Un rapporto diretto tra l’aumento della disoccupazione e il «decreto dignità» è stato stabilito da Matteo Renzi – noto per la capacità di interpretare fantasiosamente le statistiche sul lavoro. Per l’ispiratore del Jobs Act, e della liberalizzazione totale dei contratti a termine alla base dell’aumento del nuovo precariato, i penta-leghisti al governo «sono una calamità naturale sull’economia» e che «Di Maio è il ministro della disoccupazione». Anche se è in carica da 10 mesi Di Maio non ha ancora avuto tutto il tempo per dimostrare simili effetti distruttivi. Renzi, quando era al governo, invece sì. Le tendenze che oggi commentiamo sono state potenziate dal suo operato. Leggere e interpretare le statistiche sull’occupazione, in maniera non propagandistica, è un serio problema per la politica italiana.

Un’osservazione più calzante sul «decreto dignità» è un’altra: è inadeguato per rallentare, o fare cambiare di direzione al processo di sostituzione del lavoro a tempo indeterminato con quello a breve e brevissimo termine. Dall’inizio della crisi, nel 2008, gli occupati a tempo pieno sono diminuiti di quasi 900 mila unità. Quelli a termine sono cresciuti di 735 mila, soprattutto part-time involontari, in particolare nei servizi (alberghi, ristorazione, servizi a imprese e famiglie). L’occupazione è calata nell’industria e nelle costruzioni. Segno di un’economia a basso valore aggiunto, bassi salari e sotto-occupazione. In fondo Lega-M5S non intendono modificare il quadro ultraprecario dei contratti, né reintrodurre l’articolo 18. Procedono per iniziative ornamentali e sono lontanissimi dal mettere in discussione questo modo di produzione.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Foto: Pixabay CC0 Creative Commons

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