Libia, dietro l’offensiva di Haftar doppi giochi e soldi sporchi

Il Wall Street Journal svela i dettagli dell’accordo stretto a Ryadh dal generale libico. E Parigi si difende dall’accusa di «ambiguità»

Rachele Gonnelli * • 13/4/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 177 Viste

Parigi ieri ha tentato di respingere le accuse di «ambiguità», o meglio di doppiogiochismo e sostanziale appoggio all’offensiva del generale cirenaico Kalifa Belqasim Haftar per la conquista di Tripoli. Ma il portavoce del Quai d’Orsay lo ha fatto in modo generico, trincerandosi dietro il fronte ufficiale che vedrebbe la Francia collaborare al dialogo promosso dall’Onu insieme all’Italia e agli altri «partner britannici e emirati», facendo notare come nella sua più recente visita in Libia il ministro Jean-Yves Le Drian, il 18 e 19 marzo, abbia incontrato tanto Haftar quanto il primo ministro, Fayez Serraj. Nessuna smentita dell’arrivo all’aeroporto di Orly di Saddam Haftar, uno dei due figli del generale, per far visionare i piani d’attacco a poche ore dal loro lancio sul campo. Questo sarebbe avvenuto giovedì, secondo i tracciati aerei scoperti da Repubblica, quattro giorni prima dell’invio dell’altro figlio, Khaled a Roma, dove però l’accoglienza non sarebbe stata la stessa.

UN ALTRO GIOCO SPORCO a favore dell’ex comandante delle truppe gheddafiane in Ciad viene rivelato dal Wall Street Journal. Il quotidiano economico ha pubblicato ieri pomeriggio un articolo nel quale, attraverso fonti saudite e egiziane, si ricostruisce come l’Arabia saudita avrebbe promesso ad Haftar «decine di milioni di dollari per finanziare la sua operazione militare». L’impegno sarebbe stato preso in diversi incontri con dignitari della corte di re Salman durante la visita a Riyadh compiuta dal generale il 27 marzo, subito prima dell’attacco.

È toccato intanto ad Angela Merkel ristabilire un asse europeo favorevole alla pace e all’iniziativa delle Nazioni unite per il dialogo tra le parti nel tentativo di stabilizzare la Libia, e non di farla precipitare in un nuovo bagno di sangue. È stata infatti la cancelliera giovedì sera a imporre all’Europa di uscire da oscure trame intestine per chiedere «l’immediato arresto» dell’offensiva di Haftar su Tripoli, come riportava il quotidiano governativo tedesco Deutsche Welle. E così, a seguire, l’Alta rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini si è pronunciata in questo senso, rompendo gli indugi durati una settimana.

IERI È INIZIATA la seconda settimana di assedio e i combattimenti sul lato sud-est della cintura esterna della capitale libica si sono intensificati. Il bilancio è arrivato a 76 vittime e 323 feriti, ma l’Oms denuncia anche i primi focolai di epidemie a causa dell’acqua non più potabile e dei danni agli impianti fognari. I profughi dagli insediamenti più bersagliati da ordigni e proiettili sono ancora circa 6 mila ma – è l’avvertimento – potrebbero rapidamente diventare centinaia di migliaia.

La Mezzaluna rossa ha salvato un centinaio di famiglie aprendo corridoi per trasferirle fuori dal fuoco incrociato e due ambulanze sono state danneggiate da schegge di granate esplose. La Croce rossa internazionale ha distribuito kit per ferite di guerra all’ospedale di Abu Salim, il principale, e ad altri tre centri medici, ma le scorte di farmaci e sangue tra due settimane al massimo finiranno. E mezzo milione di bambini, secondo l’Unicef, sono in pericolo.

Alcuni residenti sull’asse viario per l’aeroporto internazionale di Mitiga, ancora teatro di violenti scontri, si rifiutano di lasciare le proprie case, temendo che vengano saccheggiate e vivono asserragliati.

I PROGRESSI MILITARI DI HAFTAR non si vedono, mentre le forze di Misurata che combattono per Serraj hanno conquistato l’enclave di Ein Zara, a 15 chilometri dalla città, e imbastiscono una dura controffensiva – «Vulcano di rabbia» – nelle altre aree di sud-ovest dove si concentra il grosso dell’Esercito nazionale libico, la milizia di Haftar. La zona di Wadi Rabie è stata pesantemente bombardata, con decine di case distrutte, e così a Tajura, Yarmuk, Salah al-Din, Suwani. Tutte le linee di rifornimento dell’Lna sono state bersagliate con armi pesanti.

La città di Zuara, sulla costa al confine con la Tunisia, dalla quale in mattinata è stato sparato un razzo contro un velivolo dell’esercito di Haftar, è stata bombardata da elicotteri per rappresaglia. Il consiglio della città ha inviato una accorata lettera a Serraj in cui denuncia la «brutale aggressione» e chiede la protezione delle forze del governo di accordo nazionale.

HAFTAR, che ha emesso un mandato di cattura per Serraj e per una serie di capi delle sue milizie, comincia ad avere qualche problema anche nelle retrovie. A Bengasi, capitale della Cirenaica, all’uscita dalla preghiera del venerdì c’è stato un tentativo di attentato a una moschea e forse anche il camion di munizioni saltato in aria due giorni fa non è stato un incidente.

Nel Fezzan torna poi a farsi vedere la bandiera nera dell’Isis: a Ghadduwa altri sei morti.

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

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