Nel Brasile di Bolsonaro scompaiono i desaparecidos

Chiuso per decreto il team che identificava i resti delle vittime della dittatura militare. Sale anche la tensione con la Chiesa, preoccupata dall’idea di aprire l’Amazzonia allo sfruttamento delle imprese Usa

Claudia Fanti * • 24/4/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 252 Viste

Neppure da deputato federale Jair Bolsonaro ha mai voluto sentir parlare di desaparecidos politici. Tant’è che, nel momento in cui il governo di Dilma Rousseff aveva disposto la ricerca dei resti delle vittime legate alla guerriglia dell’Araguaia, un movimento nato negli anni ’70 contro la dittatura militare, Bolsonaro aveva collocato nel suo ufficio un cartello con la scritta «Desaparecidos dell’Araguaia? A cercare le ossa sono i cani».

NON SORPRENDE DUNQUE che, da presidente, abbia ora deciso di sospendere per decreto l’attività del Gruppo di lavoro Perus, incaricato di identificare i resti dei desaparecidos sotterrati in fosse comuni nel cimitero di Perus, nella zona nord di São Paulo, utilizzato durante il regime militare per seppellire le vittime delle forze di sicurezza.

E benché la procuratrice Eugênia Gonzaga, presidente della Commissione speciale sulle vittime della dittatura, abbia assicurato che il gruppo di lavoro degli antropologi forensi potrà al momento continuare a operare «indipendentemente dal decreto», essendo frutto di un accordo tra comune, Federazione e Unifesp (Università federale di São Paulo), il governo ha già fatto sapere che l’accordo non sarà rinnovato.

Di fronte alle ricorrenti tensioni tra la famiglia Bolsonaro e il settore militare del governo, e soprattutto alla guerra neanche troppo strisciante tra il presidente e il suo ingombrante vice, il generale Mourão, il decreto risulterà senz’altro gradito all’ala militare più dura.

UN’ALTRA MANO TESA dopo la decisione, sicuramente apprezzatissima, di commemorare il 31 marzo l’avvento del regime militare. Con tanto di divulgazione da parte del Planalto di un video dedicato a descrivere il golpe del 1964 come l’epopea dei militari impegnati a «salvare» il paese dal comunismo (con la precisazione finale che «l’esercito non vuole applausi né riconoscimenti», perché «ha solo compiuto il suo dovere»).

Ma con i militari Bolsonaro condivide anche la preoccupazione relativa al ruolo della chiesa cattolica – considerata, in molte delle sue espressioni, come una tradizionale alleata del Partito dei lavoratori – in vista del Sinodo che si svolgerà a Roma il prossimo ottobre sul tema «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale».

Una preoccupazione che era emersa già lo scorso febbraio con la rivelazione di una serie di informative consegnate al governo dall’agenzia di intelligence brasiliana (Abin) guidata dal ministro Augusto Heleno sul presunto tentativo di un gruppo di vescovi e cardinali di screditare il governo in occasione del Sinodo, a vantaggio dell’«ideologia di sinistra».

«Pensiamo che sia un’interferenza nelle questioni interne del Brasile», aveva dichiarato il generale Heleno, capo dell’Ufficio di sicurezza istituzionale, evidenziando «l’influenza della chiesa e delle ong» e impegnandosi a «neutralizzare» la minaccia rappresentata dal Sinodo per la politica del governo sulla foresta amazzonica e sui popoli indigeni. E proprio a tale scopo gli uffici dell’Abin a Manaus, Belem, Marabá e Boa Vista erano stati attivati per spiare le riunioni preparatorie per il Sinodo nelle parrocchie e nelle diocesi, anche con il supporto dei comandi militari del Nord e dell’Amazzonia.

E MENTRE I MILITARI vanno a caccia dei «nemici interni» in difesa, a loro dire, della sovranità brasiliana contro il rischio «che interessi stranieri finiscano per prevalere» nella regione, Bolsonaro non ha esitato a proporre a Trump di aprire l’Amazzonia allo sfruttamento delle imprese Usa.

«QUANDO HO PARLATO CON LUI – ha riferito in un’intervista rilasciata l’8 aprile all’emittente radiofonica Jovem Pan – gli ho detto che vorrei sfruttare la regione amazzonica in maniera congiunta». Così com’è infatti «la perderemo», ha spiegato, accusando l’Onu – nel più puro stile delle fake news con cui continua a inondare le reti sociali – di discutere con i popoli indigeni la possibilità di creare nuovi Stati nella regione e denunciando il tentativo della Funai, la Fondazione nazionale dell’indio, di impedirne lo sviluppo per «guadagnare soldi alle spalle degli indigeni».

SCAGLIANDOSI CONTRO quella che ha definito come l’«industria» della demarcazione delle terre indigene, che impedirebbe la realizzazione di progetti di sviluppo nella più grande foresta pluviale del mondo, Bolsonaro ha affermato – citando fonti di specchiata imparzialità come quelle dei fazendeiros – che molte demarcazioni sono state realizzate sulla base di documenti «sospetti» e si è impegnato a riconsiderarle ovunque sia possibile. Per lui, anzi, gli indigeni dovrebbero anche avere la possibilità di vendere le loro terre, essendo «l’indio un essere umano come tutti gli altri», e che, come tutti, vuole «energia elettrica, internet, un dentista e un medico».

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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